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Autori:Nevena,Elvisa e Caterina :D

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Gli uomini del medioevo erano bravi a costruire
VISITIAMO UNA CITTA' MEDIEVALE :)
CITTA' MEDIEVALI
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volete sapere qualcosa di più :

scoprite qua!! :)


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CITTA' MEDIEVALE (in generale)

La città medievale italiana ha spesso legami di continuità con quella romana ed anche preromana ma, sicuramente, nel medioevo sorsero ex-novo città importanti (a volte proprio per la presenza di un vescovo). Amalfi, Ferrara, Cuneo sono solo alcune fra nuove città italiane fondate deliberatamente in epoca medioevale, mentre altre decaddero completamente o divennero borghi minori per distruzioni o per altre cause, come la malaria.

Altrove in Europa, come in Germania, nei Paesi Bassi e nelle Fiandre, le città nascono come insediamenti di mercanti nei pressi di persistenti agglomerati o centri di controllo del territorio come castelli ed abbazie. Bisogna infatti ricordare che nel periodo Feudale il rapporto tra Chiesa e potere imperiale si consolidò dopo la scelta di Carlo Magno di attribuire ai vescovi incarichi comitali (cioè con la funzione di conti) per cui pian piano la Chiesa diviene, anche come struttura fisicamente intesa, importante polo di accentramento delle risorse agricole, economiche in genere e culturali. E' comunque nel corso del X secolo che il vescovo, di fronte alla incapacità dei sovrani, si trovò a coordinare le forze cittadine in difesa delle comunità urbane. Nel resto d’Europa, invece la città comunale nacque per merito della borghesia, mentre alla nobiltà feudale rimase il controllo delle campagne. Lo stile costruttivo più diffuso fu quello romanico che lega fra loro elementi presi dalle tradizioni orientali e da quella romana, dando luogo ad edifici raccolti e poco illuminati all’interno.

Anche se dell’arte romanica sono principalmente gli edifici ecclesiastici ad essere giunti fino a noi, l’architettura civile utilizzò i dettagli di questo stile per la costruzione di case, torri e ponti.

Anche lo stile gotico fu molto diffuso, ma in special modo nell’Europa Continentale e si avvalse di progressi attuati nelle varie tecniche agricole, come la lavorazione del ferro, le carpenterie e i sistemi di sollevamento. Ciò consentì agli architetti di osare altezze e dimensioni impensabili anche per le nuove esigenze della Chiesa in relazione all’incremento dei fedeli.



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Le case medievali

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La casa del mercante e la casa dell'artigiano sono quelle che caratterizzano maggiormente le città medievali d'Europa. Esse appartengono spesso al tipo unifamiliare a schiera o casa gotica. Nella casa medievale il piano terra era destinato a fondaco del mercante o al laboratorio dell'artigiano, che spesso utilizzava, per alcune lavorazioni, lo stretto cortile retrostante. Il primo piano era occupato da cucina e soggiorno e quello ancora superiore dalle camere da letto. Le persone non disponevano di stanze private: nelle case semplici spesso molte persone di diversa età e sesso dormivano nella stessa grande stanza, anche nelle case dei ricchi le ancelle dormivano ai piedi del letto della padrona e i garzoni in un angolo della camera del padrone. La diffusione delle costruzioni in pietra e cotto fu una conseguenza dei grandi incendi che devastarono le città europee. Nelle case a traliccio la decorazione era affidata, in parte, al disegno geometrico dei tralicci, con l'inserimento di ampie parti finestrate, in parte all'intaglio delle parti lignee. Nelle case in pietra o cotto la decorazione era invece ottenuta con strisce a decorazione geometrica, cornicioni, variazione nella forma delle aperture. Rispetto alle abitazioni romane di città, le case medievali disponevano di minore qualità tecnica: non avevano acquedotto né fognatura e perciò utilizzavano acqua di pozzo o di fontana e scaricavano i liquami nelle vie. Le abitazioni urbane delle famiglie ricche o nobili non differivano molto dalle case mercantili, se non per le dimensioni. Più spesso le case delle famiglie più rappresentative adottavano lo schema a corte o domus, anche nelle città dove era prevalente il tipo a schiera. L'ambiente urbano era caratterizzato dalle molte torri private, che competevano in altezza con campanili, torri di cinta, talvolta perfino con la torre civica. Anche se molte di queste torri sono state abbattute nella trasformazione rinascimentale e barocca dei maggiori centri italiani, è ancora possibile farsi un'idea dell'ambiente urbano medievale in diverse città.. In epoca medievale le case superavano raramente i tre piani fuori terra e molte città contenevano al loro interno orti, giardini e frutteti privati, utili anche in caso di assedio.
La città medievale
In un periodo di continue guerre le città capitali dei erano spesso assediate. Tutte le città erano perciò cinte da mura e spesso da fossati che venivano allagati in caso d'assedio. Le mura attorno ai centri più importanti erano complessi sistemi difensivi, dotati di camminamenti, torricelle, merlature, che facevano tesoro dell'esperienza romana e bizantina, con significative innovazioni. La città era perciò luogo di sicurezza, di forza e di privilegi, dove si accumulavano i tesori dei privati e delle comunità. Due sono le forme prevalenti delle più antiche città medievali: gli schemi radiocentrici, con le principali vie radiali confluenti verso la piazza centrale e il reticolo ortogonale. Il tessuto delle città medievali più antiche è spesso irregolare, con vie non rettilinee, edifici che sporgono dai fili stradali, spiazzi e slarghi triangolari, trapezi o di forme più complesse. Nel caso delle città di nuova fondazione il tracciato viario è regolare, le piazze sono rettangolari, ma permane una notevole varietà di altezze e forme degli edifici che documentano il carattere individualistico della società borghese. In genere la piazza del mercato, su cui affacciava il palazzo del comune o la cattedrale, era posta al centro dell'abitato, sia negli schemi radiocentrici sia in quelli ortogonali. Il castello era in genere posto sul confine della città, nel luogo meglio munito. Nei liberi Comuni l'amministrazione era relativamente semplice rispetto all'attuale struttura burocratica. Perciò il palazzo comunale era un edificio composto di un grande salone per le riunioni del Consiglio corredato da alcuni uffici per il podestà, il capo della polizia, gli scrivani pubblici.




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===Paesaggio e insediamenti nel medioevo

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Nei secoli tra la fine dell'Impero e l'anno Mille, la popolazione europea era diminuita e molte zone coltivate erano state abbandonate e riguadagnate dai boschi e dalle paludi. Con il nuovo aumento della popolazione e il rifiorire delle attività furono dissodate nuove terre, scavati nuovi canali d'irrigazione o ripristinati gli antichi, costruiti terrazzamenti per coltivare le falde ben esposte di colline e montagne. Le città e i villaggi venivano spesso costruiti in posizione elevata sia per rendere più facile la loro fortificazione, sia per allontanarli dalle nebbie e dalle zone paludose e migliorarne la ventilazione











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9. La visione degli autori della città medievale

Introduzione generale

Il contesto in cui vivono ed operano gli scrittori tra il Duecento ed il Trecento é la città, una città che si rinnova, si ingrandisce, in virtù dell'incremento demografico verificatosi tra l' XI e XII secolo, che assume un aspetto architettonico diverso, una città in cui circolano merci e denaro. E' interessante pertanto analizzare le testimonianze letterarie di questo periodo e, anche se nella maggioranza dei casi, la città fa solo da sfondo alle vicende narrate e ai personaggi descritti, tuttavia si possono individuare due tendenze di ricerca: una tendenza a rappresentare idealmente la città di cui si celebrano la grandezza, la ricchezza, il movimento ,l'abbondanza, l'altra secondo la quale la città è vista anche nei suoi aspetti deteriori. Lo scrittore che fornisce una visione ideale della città ha uno stretto legame con il Comune ed é spesso portavoce del ceto dirigente a cui appartiene, ha un forte attaccamento per la realtà municipale e per la libertà comunale che viene sentita come un valore insostituibile; spesso questo scrittore coltiva la letteratura come attività parallela rispetto ad altre attività pubbliche.

La rappresentazione realistica della città' medievale

Le cronache

Le cronache sono un genere letterario che ci fornisce un'immagine realistica della città e della vita comunale, spesso infatti viene rappresentata una società bellicosa dominata da lotte ed affari, passioni ed interessi mondani. Le cronache storiche del mondo comunale sono espressione di libertà e di autonomia della città. Il cronista è un esponente del ceto intellettuale che scrive dei fatti del Comune per incarico del potere e affida alla pagina la memoria degli eventi essenziali che si svolgono intorno a lui. Egli descrive solo ciò che gli interessa, ma è significativo che si concentri sui fattori sociali ed economici. Il genere delle cronache si sviluppa in un ambiente urbano per esigenze di memoria e conoscenza dei cittadini desiderosi di far tesoro dell'esperienza passata. Il cronista mira a rappresentare la vita civile.

Il palazzo comunale (o palazzo pubblico) è il palazzo di una città dove, in genere nel medioevo, risiedevano gli organismi amministrativi che guidavano la città stessa, come il [[http://it.wikipedia.org/wiki/Podestà|podestà]], il governo o altro, a seconda del tipo di organizzazione.La costruzione di questi edifici, talvolta di dimensioni 3 così colossali da apparire quasi esagerate in rapporto alle dimensioni stesse della città, obbedisce a due importanti necessità. La prima, di ordine pratico, è quella di preservare gli amministratori del Comune dalle pressioni esterne. La seconda necessità è spesso di carattere propagandistico. La costruzione di un palazzo pubblico imponente diventa infatti un ottimo pretesto per affermare con orgoglio la supremazia economica, politica e culturale che ciascun Comune ritiene di detenere nei confronti degli altr

http://www.liceoquadri.it/cittamed/citta_med.htm#ex9
[[http://www.itgsecchi.it/archivio%20progetti/pellegrinimedioevo/pellegrini/htm/Le%20città%20medioevali%20nel%20contesto%20storico.htm|http://www.itgsecchi.it/archivio%20progetti/pellegrinimedioevo/pellegrini/htm/Le%20citt%C3%A0%20medioevali%20nel%20contesto%20storico.htm]]




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CITTA' MEDIEVALI ITALIANE



SIENA:
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Siena e’ un’antica città medioevale sorta su tre colli e circondata da mura, che accoglie i suoi visitatori con il motto, scritto sulla Porta Camollia: Cor Magi tibi Seni pandit (Siena ti apre il suo cuore ancora più di questa porta).
E’ certo che il suo sviluppo si incrementò solo nel Medio Evo, quando la città si espanse in varie direzioni.
La città è fortificata dell'alto medioevo, gli si addice il nome romano di borgo, davanti alle porte si formano altri insediamenti, che si chiamano sobborghi e che presto diventano più grandi del nucleo originario. E' necessario quindi costruire una nuova cinta di mura, che include i sobborghi e gli altri insediamenti fuori dal vecchio recinto. La nuova città così continua a crescere nello stesso modo, e costruisce altre cinta di mura sempre più ampie.
La città-stato medievale dipende dalla campagna per i rifornimenti di viveri, e controlla infatti un territorio, ma non concede parità di diritti agli abitanti della campagna. Resta una città chiusa: i suoi rapporti economici e politici possono essere estesi in scala nazionale o mondiale, ma la sua politica resta guidata dagli interessi ristretti della popolazione urbana.
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Ancora oggi mantiene intatta la caratteristica apparenza medievale, con vicoli stretti e nobili palazzi contornati da un bellissimo paesaggio collinare.

IL PALAZZO PUBBLICO DI SIENA:
Il palazzo pubblico sorge sulla Piazza del Campo; di questa piazza occupa il lato inferiore, quasi collocandosi al centro della corda di un arco. L'edificio si compone di tre corpi : uno centrale più alto, i laterali, più bassi, disposti ad angolo ottuso. Tutto si alleggerisce elegantemente per le continue aperture, da quelle del piano terreno con il caratteristico arco "sbarrato" senese, alle fragili trifore dei piani superiori. Ma ciò che domina, come in tutta l'arte senese, è la raffigurazione "giustapposizione" dei colori.

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All'interno del palazzo pubblico si presenta la Sala del Mappamondo, così chiamata da una mappa dipinta nel XIV secolo da Ambrogio Lorenzetti ed oggi perduta. Sulle pareti dei lati minori vi sono i due grandiosi affreschi della Maestà e del Guidoriccio da Fogliano entrambi opere di Simone Martini. Sopra le arcate che danno adito alla Cappella e al vestibolo si trovano affreschi e a monocromo e sui pilastri sono le immagini di Santi e Beati senesi. Simone Martini dipinse la Maestà nel 1315, ma solo sei anni più tardi dovette restaurare l'affresco perché
rovinato dall'umidità. Sotto un baldacchino portato da otto apostoli siede in trono la Madonna col Bambino, circondata da angeli, santi e altri apostoli, mentre una larga fascia di venti medaglioni con figure di Cristo, profeti ed evangelisti incornicia la composizione; in basso, al centro, una figura a due facce rappresenta l'antica e la nuova legge e una medaglia riproduce il sigillo della repubblica.
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Nella parte opposta, in alto, si trova l'altro affresco di Simone Martini, raffigurante Guidoriccio da Fogliano vittorioso sui Castelli di Montemassi e Sassoforte di Maremma, che si erano ribellati a Siena nel 1328. L'opera, compiuta nel 1329, faceva parte di una serie di rappresentazioni dei Castelli caduti sotto la podestà della Repubblica senese, oggi perdute. Domina al centro l'immagine del condottiero che immerso nel fasto dell'abbigliamento di parata, altero e silenzioso si reca in passeggiata trionfale verso i castelli conquistati.

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SAN GIMIGNANO:
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Fin dal medioevo la città si divide in quattro contrade: Piazza, Castello, San Matteo and San Giovanni. In qualsiasi angolo della città spiccano le tradizionali bandiere colorate che, con grande orgoglio, contraddistinguono le contrade.
Il borgo è quasi interamente contenuto nelle mura duecentesche. Gli assi principali dell'insediamento sono due: 7
-Uno est-ovest, più antico (X secolo), che collegava il poggio della Torre, dove si trovava un castello vescovile, e la collina di Montestaffoli, luogo di Mercato (oggi occupato dalla rocca).
-Uno nord-sud, più ampio, dalla Porta San Giovanni alla Porta San Matteo , sul quale passava la via Francigena.
Nell'interezione delle due direttrici principali, nel punto altimetricamente più elevato, si trovano le piazze cittadine: piazza del Duomo e piazza della Cisterna. Piazza Pecori è un pittoresco slargo sul fianco della collegiata che assomiglia più a un cortile interno privato. Affacciate sulle piazze e sulle vie principali si trovano le torri e case-torri dell'antica aristocrazia mercantile e finanziaria, architetture eccezionali per numero e per stato di conservazione.
Oggi tutti gli edifici appaiono attaccati l'uno all'altro ma osservando attentamente si può notare che in passato tra una casa e l'altra vi fosse uno spazio molto stretto (ora riempito con mattoni). Questi interstizi sono troppo stretti per permettere il passaggio di una persona (sono infatti larghi quanto un mattone), e venivano chiamati vicoli dei malvicini poiché erano dovuti agli attriti sociali tra compaesani e quando qualcuno non permetteva al futuro vicino di costruire l'abitazione a ridosso della propria si creavano inevitabilmente questi interstizi. Il vantaggio di costruire a ridosso di un edificio esistente sta nel fatto che è sufficiente costruire solo tre pareti esterne, risparmiando così materiale e manodopera. Il centro cittadino si articola sulle direttrici principali di via San Giovanni, via San Matteo, che convergono nelle due piazze attigue di piazza della Cisterna e piazza del Duomo. La zona nord è attraversata da via Folgore da San Gemignano ed ha come punto focale piazza Sant'Agostino.


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Le Torri:
San Gimignano è soprattutto famosa per le quindici torri medievali che ancora svettano sul suo panorama, che le hanno valso il soprannome di Manhattan del medioevo. Le torri venivano costruite dalle famiglie ricche per suggellare la loro ricchezza e le loro vittorie nelle lotte intestine per il potere. 8
Delle 72 tra torri e case-torri, esistenti nel periodo d'oro del Comune, ne restavano venticinque nel 1580 ed oggi ne restano circa quattordici ufficiali, con altre scapitozzate intravedibili nel tessuto urbano. La più antica è la Torre Rognosa, che è alta 51 metri, mentre la più alta è la Torre del Podestà, detta anche Torre Grossa, di 54 metri. Un regolamento del 1255 vietò ai privati di erigere torri più alte della Torre del Podestà, anche se le due famiglie più importanti, Ardinghelli e Salvucci, non potendola rispettare, fecero costruire due torri poco più basse della torre "Grossa" di quasi eguale grandezza, per dimostrare la propria potenza.


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PORTA DELLE FONTI:
La porta delle Fonti, è una delle porte che si aprono nel secondo e più ampio tracciato delle mura di san Gimignano,si apre sulla campagna e conduce alle Fonti pubbliche, dove anticamente si attingeva l'acqua e si lavavano i panni. La costruzione che risale al Trecento, presenta dieci archi romanici e a sesto acuto noscondendo la primitiva fonte in pietra longobarda che si fa risalire al IX secolo. Lo Porta alle fonti faceva parte della seconda cinta muraria, ma è stata modificata, quando nel 1930 fu demolita la sovrastruttura della cappella che vi era stata costruita nel 1501 e l'affresco ivi esistente rappresentante la "Madonna col Bambino e i Santi Michele e Giovanni Battista" opera di ignoto senese del XVI secolo, fu trasferito sotto la loggia del palazzo comunale. Il nome deriva dal fatto che, uscendo dalla città e percorrendo una breve, ma abbastanza ripida discesa, si giunga alle fonti pubbliche medievali della città: dieci arcate, delle quali sei romaniche più piccole e quattro gotiche più ampie. Con un restauro del 1930 è stata abbattuta una cappella che era stata addossata alla parte interna della porta nel 1501, ancora visibile in qualche vecchia foto d'epoca. In quell'occasione, anche l'affresco con la Madonna con Bambino e i santi Michele e Giovanni Battista fu staccato e ricoverato in Piazza del Duomo, sotto la loggia del Palazzo comunale dove si trova ancor oggi.
Oggi l'esterno della porta si presenta con un arco a tutto sesto ribassato alla senese, realizzato in laterizi. L'arco interno è invece semplicemente a tutto sesto. Inoltre vediamo un coronamento sia all'interno che all'esterno composto da una serie di beccatelli con archetti pensili.
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SITOGRAFIA:
**http://www.liceoquadri.it/cittamed/citta_med.htm**
http://it.wikipedia.org/wiki/Siena
**http://turismo.firenze-online.com/citta/Siena/San-Gimignano/**
**http://www.residenzedepoca.it/borghi_medievali/**






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Le città medievali (Europa Occidentale)

Francia:

Dalla Città Bassa (Ville) alla Città Alta (Cité) si possono ammirare testimonianze di oltre 2000 anni di storia, trasferite nel corso del tempo da Romani, Visigoti, Saraceni e Crociati, e non è difficile immaginarsi lungo le vie acciottolate, piccole e tortuose, sfilate di cavalieri di un tempo in armature scintillanti. Oggi le stesse vie finiscono quasi tutte in piazzette scenografiche animante da negozietti, boutique di varia natura e non pochi ristoranti turistici. Il periodo di maggior splendore della città corrispose a quello della diffusione del Catarismo, dal 1089 al 1209, epoca della dinastia dei Trencavel. Oltre all’imperdibile passeggiata lungo i Lices, l’ampio spazio tra le due cinte di mura, sono da vedere il Castello Comitale e il suo Museo Lapidario, la Basilica Saint Nazaire, le Porte Narbonesi, la Torre del Tréseau.

In particolare, il Museo allestito nelle sale del Castello Comitale (Château Comtal) consente di ammirare un’importante collezione di reperti provenienti dalla Cité e dalla regione: scultura regionale dall’epoca gallo-romana al XVII secolo, stele, sarcofagi paleocristiani e merovingi, capitelli, pitture murali e statue. Tra le opere esposte degne di nota sono la vasca dell’abbazia di Fontfroide del XII secolo e il calvario di Villanière del XV secolo. Il castello dei conti Trencavel è compreso anch’esso nelle mura fortificate e comprende ben 14 torri nelle mura esterne e 24 torri in quelle interne, una basilica e una chiesa. Tutto è monumentale a Carcassonne, ed ogni monumento ne implica o include sempre qualcun altro. La Basilica di San Nazario è un bell’edificio romanico che fu successivamente ampliato con costruzioni di stile gotico. Qui vale la pena soffermarsi sui colorati vetri e gli eleganti intarsi.
Cercassonne:
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Carcassonne è una città francese situata nel dipartimento dell'Aude, del quale è capoluogo, nella regione della Linguadoca-Rossiglione. Le prime tracce di insediamento nella regione di Carcassonne, sono state datate alAttorno all'800 a.C., la collina di Carsac divenne un importante luogo di scambi commerciali. All'inizio del VII secolo, i Visigoti presero il controllo della zona e costruirono ulteriori fortificazioni, tuttora esistenti. Grazie a queste riuscirono a respingere gli attacchi dei Franchi . I saraceni presero Carcassonne nel 725, maPipino il Breve li scacciò nel 759. Nel sud della Francia sorge la cittadina medievale di Carcassonne protetta da 2 mura concentriche, molto ben conservate.

Secondo la leggenda, Carlo Magno voleva prendere la città stringendola d'assedio per 5 anni. Mentre ormai la città era alla fame, Carcas moglie del re saracino Balaack costruì dei fantocci e li mise sui bastioni come guardie; poi passò la giornata a scagliare frecce contro il nemico e per finire fece mangiare il grano rimasto all'unico maiale che poi getto dalla torre. Ai nemici sembrò che gli assediati avessero ancora tanti mezzi per resistere e tolsero l'assedio. Carcas non contenta della vittoria ottenuta fece suonare la tromba per richiamare il re il quale non sentì, allora un soldato gli disse: "Sire Carcas te sonne" da cui il nome Carcassonne.

La statua che raffigura dame Cercas

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Germania:

La prima citazione della città di Nuorenberc (monte roccioso) risale al 1050 in un documento dell'imperatore Enrico III, nel 1219 l'imperatore Federico II le accorda il privilegio di intitolarsi "città libera" e di autogovernarsi con istituzioni autonome. La città si espanse dal 1400 al 1600 grazie ad una fiorente attività commerciale sostenuta da scambi con tutta l'Europa (in particolare Paesi Bassi e Italia)na altrettanto vivace vita culturale e artistica. I monumenti:

-La tardoromanica Chiesa di San Sebaldo

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-La Chiesa di San Lorenzo, in stile gotico

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Aquisgrana:

Come attestano le tracce di sfruttamento di una cava di selce presso il Lousberg risalenti alla prima metà del III millennio a.C., la zona era già frequentata nel neolitico. Tuttavia l'insediamento più antico della città deve la sua origine alle sue salubri sorgenti termali, le cui acque calde furono utilizzate probabilmente dalle popolazioni celtiche della zona. In ogni caso, un vero e proprio centro venne fondato solo nel I secolo d.C., legato ad un campo fortificato romano. A partire dal V secolo la zona fu occupata dai Franchi Ripuari e il rinvenimento di tombe franche della metà del VII secolo attesta la continuazione del centro abitato in quest'epoca.Sembra che Aquisgrana sia stata sede di una corte reale già sotto i Merovingi, ma fu sotto Carlo Magno che divenne particolarmente importante, poiché la scelse come suo luogo di residenza preferito, la impreziosì con un maestoso palazzo imperiale ed una cappella nella quale diede ordine di essere sepolto.La prima menzione della città (Aquis villa) si trova nello storico carolingio Eginardo, il quale racconta che il re dei Franchi Pipino il Breve vi trascorse il Nataledel 765 e la successiva Pasqua



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Cattedrale di Aquisgrana

Le case medievali(Germania,Francia,Inghilterra):

A parte la Francia, anche Inghilterra e Germania ne sono piene e anche il resto dell'Europa occidentale non fa eccezione. In nessun luogo al mondo le case a graticcio sono arrivate a caratterizzare così massicciamente la fisionomia del paesaggio urbano e rurale come in Germania, dove si contano ancora più di due milioni di queste edificate nell’arco di sette secoli. Le case a graticcio sono vecchie come il mondo (qualcuno dice che esistevano già nella preistoria) anche se sono attestate con certezza solo a partire dall'età romana. Oltretutto, la tecnica non é solo europea: si costruiva così anche nell'antico Giappone. Ma é col medioevo (la più antica tuttora esistente si trova in Francia e risale al XII secolo) che l'utilizzo diventa sistematico. Da quel momento, questa tecnica non ha praticamente mai smesso di essere utilizzata,fino ad oggi. L'edificio ha una struttura portante di travi e pilastri in legno, all'interno della quale veniva applicato un riempimento in mattoni, malta, argilla o simili. Altre caratteristiche erano: fondamenta in pietra (per evitare l'umidità di risalita) e primo piano lievemente sporgente rispetto a quello sottostante. Se uno stilema é così diffuso, ciò vuol dire semplicemente che é la più semplice soluzione, la più adatta per quell'ambiente.

Questa tipologia é adatta per quei luoghi con poca pietra (o troppo friabile, o troppo piccola) in cui non era possibile beneficiare di questo materiale in maniera più estesa.

I mattoni sono un'ottima soluzione ma se la loro qualità é scadente (e magari nell'alto medioevo lo era) rischi di veder comparire grosse crepe in pochi anni.

Quelle in legno, invece, non hanno questo genere di problemi ma sono molto meno isolate termicamente: assobono molto di più il freddo ed il caldo!

Sitografia:

http://www.travelblog.it/post/8701/carcassonne-una-citta-medievale-in-francia

http://www.liceoquadri.it/cittarned/citta_med.htm#ex9

http://www.guidagermania.com/ 13

http://it.wikipedia.org/wiki/Carcassonne

http://it.wikipedia.org/wiki/Norimberga

**http://www.villaggiomedievale.com/forum/topic.asp?TOPIC_ID=626**

INDICE:

Città medievale in generale pag.1

Le case medievali pag.2

Città medievale pag.2

Paesaggio e insediamenti nel medioevo pag.3

La visione degli autori della città medievale pag.3

Rappresentazione realistica della città medievale (le cronache) pag.3

Il palazzo comunale pag.4

Città medievali italiane : Siena pag.5

Palazzo pubblico di Siena pag.7
San Gimignano pag.7
Le torri di San Gimignano pag.8
La Porta delle Fonti a San Gimignano pag.9
Città medievali: Francia pag.11
Cercassonne pag.11
Città medievali: Germania pag.12
Aquisgrana pag.12
Le case medievali in Germania,Francia,Inghilterra pag.13





ITAS G. D’Annunzio
Classe: 2BL


Alunne: Arianna e Monica




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Tra la fine del Ducato Longobardo e la nascita dell’impero dei Franchi a opera di Carlo Magno il punto di riferimento politico di Aquileia in Friuli si sposta prima a Cormons e poi a Cividale. Aquileia conserva solamente la sua importante posizione ecclesiastica, accresciuta dall’investitura ufficiale a ruolo di “Patriarcato”, il primo in tutta la storia della cristianità occidentale romana.

Dopo l’anno mille, Aquileia conosce una relativa rinascita con il Patriarca Poppone di Carinzia (1019-1042).

Da Papa Giovanni XIX fu riconosciuto come metropolita di tutte le chiese d’Italia. Protetto dall’imperatore Corrado estese la sua sovranità sui ducati d’Istria, Trieste, Friuli, Padova, Verona, Mantova e Como ottenendo proficue rendite finanziarie. Sotto di lui Aquileia sembrò ritornare agli antichi splendori; venne ripristinato il porto, si costruirono nuove industrie, ripresero i commerci, furono potenziate le mura a difesa della città, vennero aperte vie e piazze ed eretti nuovi edifici per il culto. Tra questi l’alta torre campanaria e il magnifico tempio dedicato a Maria.


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. Da questo periodo in poi con l’imperatore Enrico IV venne concessa alla città l’investitura feudale, trasformando le terre di Aquileia in uno stato vero e proprio, con diritto di battere moneta e la sede politica trasferita a Cividale, mentre la giurisdizione patriarcale si estendeva fino alla Drava e all’Ungheria. Nel Medioevo Aquileia era il Patriarcato e la sede Metropolita più grande d’Europa e comprendeva le diocesi di Como, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Trento, Belluno, Feltre, Concordia, Trieste, Capodistria, Pola, Lubiana. La sua importanza fu riconosciuta perfino dall’imperatore Corrado III se, al ritorno dalla seconda crociata, volle sbarcarvi con le sue navi.

Principi della Chiesa, ma anche del Sacro Romano Impero, i Patriarchi governarono uno Stato indipendente, dotato di Parlamento autonomo dividendosi prima in Ghibellini (1077 – 1251) e, successivamente, in Guelfi (1251 – 1318). I primi, imparentati ai potenti feudali tedeschi, si mantennero fedeli all’imperatore e re d’Italia fino al 1251: Federico II era stato scomunicato e deposto durante il concilio di Lione del 1245. I secondi cercarono di mantenersi più legati alle direttive della Chiesa romana. Con obiettività storica occorre riconoscere che questi secoli furono comunque improntati da una scarsa sensibilità spirituale, in cui si succedettero un numero infinito di Patriarchi, dediti più alla conquista di potere politico e materiale (a parte qualche rara eccezione) che al desiderio di offrire un servizio spirituale al proprio popolo.

Aumentarono incredibilmente le tasse, vennero aperti numerosi uffici doganali ed i contadini furono ridotti ad uno stato di grande povertà.

Molto distaccati dagli affari romani, pagarono a caro prezzo il rifiuto di collaborare con la Repubblica di Venezia, la quale stroncò con ogni mezzo il commercio via mare dai porti di Aquileia e Trieste.

Con l’arrivo degli austriaci che esercitarono il loro dominio fino al 1918, Aquileia recuperò parte della sua importanza grazie all’opera infaticabile dell’imperatrice Maria Teresa. Vennero sradicate le erbacce, i canali furono bonificati, fu prosciugata gran parte della palude riconvertita all’agricoltura, l’aria migliorò ed il paese crebbe come numero di abitanti. Grazie anche alla presenza della vicina città di Grado, tutta la zona conquistò un ruolo fondamentale nello sviluppo turistico per le popolazioni appartenenti all’area mitteleuropea.


Patriarcato di Aquileia

Potente unità territoriale politico-ecclesiastica del Medioevo. Sede di vescovo fin dal sec. III e di metropolita dopo la controversia ariana (conclusa nel 381), Aquileia si trasformò in patriarcato quando il suo presule Paolino I rifiutò la condanna dei Tre Capitoli di Costantinopoli (553) enunciata da papa Virgilio. Separatosi (sec. VII) da Grado, dove la sua sede era stata trasportata per la minaccia longobarda (568), il patriarcato mise fine allo scisma nel 698 e attraverso le generose donazioni di Carlo Magno pose le solide basi della sua potenza politica. Ulteriormente ingrandito dalle frequenti concessioni dei re italici, crebbe in prestigio con Paolino II (m. 802) e raggiunse il massimo splendore ai tempi del tedesco Poppone (patriarca dal 1019 a ca. il 1042) e di Sigeardo (patriarca dal 1068 al 1077) quando i suoi possessi arrivarono dallo Spluga e dal Po fino alla Drava e ai confini dell'Ungheria. Da quell'epoca, tuttavia, il patriarcato fu coinvolto in una serie di competizioni che finirono per fiaccarlo. Stretto infatti tra la crescente potenza di Venezia e le mire dei principi transalpini che tendevano al mare, resistette a lungo, ma dalla metà del sec. XIV cominciò a decadere e nel 1420 fu totalmente conquistato dalla Serenissima




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FONDAZIONE DEL PATRIARCATO
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Il patriarcato di Aquileia fu un'entità politico-religiosa esistita dal 568 al 1751, che - soprattutto sotto il profilo ecclesiastico - amministrava un territorio vastissimo con al centro l'odierno Friuli. Aquileia era una città fortezza: era dotata di possenti mura difensive e di enormi edifici quali il circo, l’anfiteatro, il teatro, le terme, il foro all’incrocio tra il cardo ed il decumano. Era una delle maggiori città dell’impero romano e con la distruzione attilana della metà del V secolo d.C. si ebbe il definitivo collasso economico e sociale che perdurò sino all’epoca medievale. Aquileia si vanta di avere conosciuto la Buona Novella grazie all’evangelizzazione di Marco e del protomartire Ermagora, più volte rappresentati nelle pitture e nelle sculture medievali della basilica. Non c’è da stupirsi, dunque, che nel sottosuolo si celino ancora oggi molteplici chiesette martiriali e votive , tutte di epoca paleocristiana. Con la formazione del Patriarcato friulano nel corso del IX secolo, Aquileia riprese vigore: fu sede spirituale e temporale dei patriarchi, assieme a Cividale (Civitas Austriae) fino al secolo XV, allorchè la Patria del Friuli venne divisa tra la Serenissima ed i Conti di Gorizia a cui subentrò l’Austria.

In questo periodo venne più volte ripristinata ed ampliata la Basilica, venne eretta la torre campanaria e l’imponente fonte battesimale. Vennero rifatte le mura difensive e, avvalendosi delle poderose strutture degli horrea romani (magazzini), venne edificato un imponente palazzo patriarcale a diretto contatto con la Basilica. In città e nei pressi furono costruiti due ospedali per gli ammalati e per i pellegrini in transito: quello cittadino di S.Ilario e Taziano e quello di S.Egidio dell’Ordine di S.Giovanni.

Una situazione urbanistica e sociale, seppur complessa, ma molto importante, che perdurò, con alterne vicende, sino alla fine del secolo XVIII, allorchè tutti gli edifici non utili alla collettività ed in fase di abbandono, vennero demoliti per riciclare e vendere i materiali con cui erano stati edificati secoli addietro. Aquileia aveva allora un migliaio di abitanti, ben poca cosa a raffronto della città romana.

Oggi ne conta 3.300 ed il suo nome è "magico" per la memoria di tutti i friulani appunto per il suo grande passato, per la storia della cristianità, per "la questione friulana" (lingua-cultura-territorio).

È fondamentale distinguere tra realtà ecclesiale e realtà politica- territoriale. Come realtà ecclesiale, il Patriarcato di Aquileia è stato la più grande diocesi e metropolita ecclesiale di tutto il medioevo europeo. La seconda dignità dopo Roma. Fino al 811 la sua giurisdizione ecclesiastica arrivava fino al fiume Danubio a nord, al lago Balaton a est e a ovest arrivava fino a Como. A sud ha avuto la giurisdizione ecclesiale dell'Istria fino al 1751, anno della sua estinzione. Nell'811, l'imperatore Carlo Magno portò i confini nord, dal fiume Danubio al fiume Drava. Vastissima anche la diocesi aquileiese. Il Patriarca sovraintendeva sulle diocesi vescovili incluse nella sua giurisdizione metropolitana e ne nominava il vescovo. La sua corte era internazionale poiché comprendeva popoli di lingua ed etnia diversi. Univa il mondo latino con quello germanico e quello slavo. Nel territorio della sua diocesi svolgeva la funzione di vescovo a mezzo di suoi vicari.

Oltre a svolgere l'autorità religiosa i Patriarchi di Aquileia ottennero l'investitura feudale (1077-1420) sul Friuli (//Patria del Friuli//) e in alcuni periodi storici i confini geografici e politici del patriarcato si estesero sino in Istria, Valle del Biois, Cadore, Carinzia, Carniola e Stiria.

Città principali di tale entità statale furono: Aquileia, //Forum Iulii// (l'odierna Cividale del Friuli) e Udine.

Nel 554 gli arcivescovi metropoliti di Milano e Aquileia si rifiutarono di aderire alla condanna pronunciata dall'Imperatore Giustiniano contro i testi di tendenza nestoriana noti come Tre Capitoli e non condivisero perciò le conclusioni del Secondo Concilio di Costantinopoli, dando inizio ad uno scisma noto con il nome di Scisma tricapitolino: nel 557 durante il sinodo provinciale convocato ad Aquileia per l'elezione del nuovo metropolita Paolino I, succeduto a Macedonio, con la partecipazione dei vescovi delle diocesi suffraganee, si confermò di non riconoscere le conclusioni del Concilio di Costantinopoli II e di rendersi chiesa autocefala. Nel 568, sotto la pressione dell'invasione longobarda, Paolino trasferisce la sede episcopale a Grado, sotto la protezione di Bisanzio, dove è proclamato patriarca. La chiesa di Aquileia si era elevata a Patriarcato per sottolineare l'indipendenza gerarchica da Roma e Costantinopoli, ma nel 606, il patriarcato si divise in due, con un patriarca ad Aquileia (tricapitolino) e uno a Grado (cattolico): questa divisione fu dovuta essenzialmente alla mutata situazione politica della zona: l'entroterra friulano, inclusa Aquileia, sotto la dominazione longobarda e tutto il litorale adriatico della Venezia marittima sotto l'influenza bizantina. Lo scisma dei Tre Capitoli fu definitivamente ricomposto nel 699 con il concilio di Pavia con il ritorno di Aquileia nell'ortodossia cattolica, (la chiesa di Milano era già da tempo ritornata in comunione con Roma). Anche dopo la riconciliazione tra tricapitolini e cattolici, la diocesi di Aquileia continuava ad essere divisa, finché nel 731 venne stabilita la separazione canonica tra il Patriarcato di Aquileia (con suffraganee le diocesi del Friuli) e il //Patriarcato di Grado// (con suffraganee le diocesi del Ducato di Venezia), in seguito divenuto Patriarcato di Venezia (nel 1105 de facto con il trasferimento della sede patriarcale e nel 1451 de jure con l'istituzione del nuovo titolo). Nell'827 il concilio di Mantova tentò inutilmente di riunificare i patriarcati di Grado e Aquileia. Sul finire dell'ottavo secolo resse il patriarcato S.Paolino II († 802), teologo, liturgista e grande uomo di cultura.

Inquadrato nel Ducato del Friuli durante il Regno longobardo, a seguito della conquista franca, nel 952 il territorio del Friuli venne sottoposto al Ducato di Baviera, assieme a Istria, Carinzia e Carniola. Ma già nel 976 i territori venivano inquadrati nel nuovo ducato di Carinzia. Il patriarca Poppone (1019-1042), familiare e ministro dell'imperatore Corrado II, consacrata il 13 luglio 1031 la nuova cattedrale, e cinta di nuove mura Aquileia, si prodigò per liberarsi del controllo del Ducato di Carinzia e si scontrò coi Veneziani a Grado, dove fu costretto prima dalle armi della Repubblica di Venezia e poi da un concilio papale a rinunciare alla conquista di Grado.

Fine del Patriarcato

Il 6 luglio 1751 papa Benedetto XIV, con la bolla Iniuncta nobis sollecitata da Venezia e dagli Asburgo d'Austria, soppresse il patriarcato di Aquileia. Al suo posto vennero erette l'arcidiocesi di Udine e l'arcidiocesi di Gorizia in modo tale che si risolvesse il problema di un'unica diocesi divisa tra la giurisdizione austriaca e veneziana. Questo significò il "declassamento" di Udine, che pur non essendo sede patriarcale ma solo luogo di residenza del patriarca, divenne vera e propria sede arcivescovile, e l'innalzamento di Gorizia che fino a quel momento era stata solo arcidiaconia all'interno della grande diocesi di Aquileia.

LA STORIA DI VENEZIA

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Venezia si trova in una laguna di più di 550 km2 di superficie. I primi abitanti della città di Venezia non possono essere considerati dei fuggiaschi come i loro antenati, ma avevano già sviluppato diverse attività sul mare. Molti di loro vivevano ancora della pesca e del commercio del sale, altri erano calafatari e carpentieri, ma i più facoltosi spingevano già i loro traffici al di fuori della laguna.

Nelle isole lagunari vicino a Malamocco, il trasferimento della sede ducale comportò un intensificarsi degli insediamenti. Durante il governo di Angelo Participazio (809-827) la sede ducale venne trasferita da Malamocco alla meglio difesa “Rivoalto” (l’attuale Rialto). Furono costruiti il monastero di San Zaccaria, un primo palazzo ducale e la prima basilica di San Marco.

Nell’828 i Veneziani trasferiscono il corpo dell’Evangelista Marco nella cappella del Palazzo ducale, già sorto nell’isola di Rialto. Secondo la leggenda, due mercanti, Tribuno e Rustico, capitarono in Alessandria d’Egitto nel momento in cui il Califfo faceva saccheggiare la chiesa cristiana dove era conservato il corpo di San Marco (martirizzato nel 68). Temendo che il sacro corpo venisse profanato, i due mercanti lo trafugarono, trasportandolo sulla loro nave, in un cassone di legno ricoperto di quarti di maiale. I veneziani gli diedero poi onorata sepoltura nella prima basilica di San Marco e lo elessero loro patrono. Questo evento accrebbe il prestigio di Venezia, non solo come capitale ducale, ma come sede religiosa e comportò in seguito il trasferimento della sede patriarcale.

Lo sviluppo di Venezia

Venezia, rivaleggiava con Genova e il suo predominio sull’Adriatico era tale che i veneziani lo indicavano con il nome di “Golfo di Venezia”, le repubbliche marinare di Ancona e di Ragusa (Dalmazia) solo con una stretta alleanza reciproca riuscirono a rimanere indipendenti e a continuare i loro traffici con l’Oriente, altrimenti dominio esclusivo dei navigatori veneziani. In questa chiave si deve leggere l’alleanza stretta nel 1174 da Venezia con il Sacro Romano Impero con l’intento di assediare Ancona. L’assedio di Ancona fallì militarmente ma ebbe il pregio per i Veneziani, che avevano perso recentemente l’alleanza di Bisanzio, di ingraziarsi l’imperatore Federico Barbarossa e di fargli dimenticare la precedente adesione alla lega anti-imperiale di Verona che nel 1164 era stata promossa dal pontefice Alessandro III.

Il capo del governo era il Doge, teoricamente eletto a vita, ma in pratica, spesso costretto a rimettere il proprio mandato a seguito di risultati insoddisfacenti del proprio governo.

Nei secoli Venezia divenne la capitale della Repubblica Veneta, che fu la più lunga e duratura repubblica della storia (circa 1100 anni), fu per secoli una delle maggiori potenze europee.

Guerra con Genova

La storica rivalità con Genova aveva origine dalla concorrenza tra le Repubbliche Marinare per il controllo delle rotte commerciali con l’Oriente e nel Mediterraneo. Se con Pisa, la Repubblica di Venezia riuscì a trovare a più riprese diversi accordi di spartizione delle reciproche zone d’influenza, con Genova i rapporti erano sicuramente meno cordiali.

Le due Repubbliche si scontrarono violentemente nella seconda metà del XIV secolo per il possesso del monastero di San Saba nella città siriana di San Giovanni d’Acri.

Proseguiva intanto la lotta per il dominio delle rotte commerciali in corso con Genova. Dopo un’iniziale sconfitta subita a Portolungo (1354) le ostilità ripresero nel 1376 per la conquista dell’isola di Tenedo, importante snodo commerciale all’entrata dello stretto dei Dardanelli. Dopo alterne vicende, la Pace di Torino (1381), in apparenza, concluse la guerra di Chioggia in parità, in quanto Tenedo venne negata ad entrambi i contendenti. In realtà Genova, che non era riuscita ad estromettere la rivale dai commerci con l’oriente, si avviava verso un periodo di lotte intestine, che ne compromisero l’indipendenza. Venezia, al contrario, riuscì a mantenere uno stato coeso e, se non la guerra, vinse la pace. Di lì a pochi anni, comunque, la caduta di Bisanzio in mano agli ottomani di Maometto II, avvenuta nel 1453, rivelò quale fosse veramente la potenza navale dominante nel Mediterraneo orientale e costrinse le due repubbliche marinare italiane a cercare un nuovo destino. Genova lo trovò nella nascente finanza internazionale, Venezia nell’espansione terrestre.

L’epoca delle ville venete Tra gli ultimi decenni del XIV secolo e i primi del XV secolo Venezia, guidata da una ristretta casta di militari e mercanti riuscì a conquistare l’entroterra italiano, spostando così il suo baricentro più ad occidente. A seguito delle avvenute conquiste, per un più capillare controllo sul territorio e grazie ad elargizioni statali, molti membri della nobiltà vennero in possesso personale di territori.

Molte altre famiglie del patriziato, al finire del Quattrocento e per tutto il Cinquecento, si insediarono con attività agrarie nei nuovi territori come veri coloni. Nasce così la villa veneta, formata da un corpo centrale, in genere alto, ma di proporzioni domestiche, adatto ad accogliere il proprietario e la sua famiglia, quando si recava a controllare di persona il fondo. Il nucleo abitativo padronale era affiancato da dipendenze confortevoli per i contadini, da depositi per il raccolto e da rimesse per gli attrezzi, come rientrava nell’ottica dell’ideale rinascimentale di buon governo della cosa pubblica e privata.

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Nel corso del Cinquecento con le ville palladiane, cioè quelle realizzate dall’architetto Andrea Palladio soprattutto nella provincia di Vicenza, la villa veneta assurge a dignità d’arte e nel contempo conosce un’organizzazione rigorosa, quasi scientifica, delle relazioni funzionali tra i suoi diversi spazi. Attorno a Venezia lungo le vie di comunicazione che portano a Padova e a Treviso, vengono edificate nel tempo una accanto all’altra ville di campagna che rivaleggiano per la loro ricchezza e bellezza.

I CANALI DI VENEZIA

Il canale è un elemento essenziale della viabilità acquea di Venezia e della sua laguna.

Il termine canale viene usato nell'ambito del Centro Storico per indicare le vie acquee che per ampiezza, lunghezza e densità di traffico sostenuto costituiscono le vere e proprie dorsali del sistema di navigazione interno alla città. Essi sono:

Al di fuori del contesto urbano, il termine canale si utilizza per denominare in modo specifico i percorsi lagunari naturali navigabili che circondano la città o che la collegano alla terraferma o alle bocche di porto, come ad esempio il Canale Orfano, il Canale dei Marani, il Canale delle Navi. Questi canali sono in realtà zone lagunari a maggior flusso acqueo che presentano una profondità naturale maggiore rispetto alla laguna circostante da cui sono altrimenti indistinti. Spesso si tratta di residui vestigiali di antichi letti fluviali. La maggior profondità naturale di questi canali li rende adatti per la navigazione anche di grosso tonnellaggio. Un sistema di pali posti a distanza regolare (le //brìcołe//) indica il confine di questi canali oltre il quale la profondità della laguna diminuisce drasticamente al punto tale da rendere impossibile la navigazione se non con le tipiche imbarcazioni a remi a fondo piatto.

È proprio con questa seconda accezione che alcuni tratti navigabili oggi incorporati nel nucleo urbano hanno mantenuto l'antico nome di "canale". Infatti fino al XIX secolo queste vie acquee naturali segnavano i confini della città con la laguna, prima dei successivi interventi di interramento delle zone circostanti che li hanno inglobati alla città.

LE CASE

Le case di Venezia sono costruite su delle palafitte(pilotis), fatte di tronchi prottetti da lastre. Già da alcuni anni, l’acqua sale e si infiltra all’interno delle fondazioni e così deteriora il legno. La crescita dell’acqua è dovuta alla grande quantità d’acqua che entra nella laguna e non esce più. Nel XX secolo, il livello del mare è salito di 1mm circa all’anno. Questo fenomeno è dovuto allo scioglimento dei ghiacci che si aggrava con il riscaldamento terrestre. Il livello potrebbe aumentare di 50cm entro l'anno 2030.

Non solo l’acqua sale, ma nello stesso tempo, Venezia spronfonda nel fango su cui è costruita. Si può vederlo grazie alle strisce d’alghe che rendono visibile lo sprofondamento della città. Si pensa che essa sia scesa di circa 1m50 dalla sua costruzione iniziale e di 23 cm in un secolo. Sprofonda ancora più facilmente a causa dei trasporti marittimi che scavano la laguna e a causa del pompaggio fatto dalle industrie fino a 1975.

COM’E’ STATA COSTRUITA E CURIOSITA’ VENEZIANE

Venezia è sorta su una immensa foresta di alberi rovesciati. I veneziani operavano in modo relativamente semplice: delimitavano l’area destinata alle fondazioni con due serie di palificazioni parallele tra loro distanti circa 80 cm, riempivano lo spazio tra le palificate con fango, svuotavano dai residui d’acqua la zona che era stata chiusa e, una volta asciutta, cominciavano a piantare tronchi d’albero, uno vicino all’altro, tanto in profondità da raggiungere il terreno solido. Le teste dei tronchi venivano quindi parificate e gli interstizi tra un tronco e l’altro venivano riempiti con cocci, pezzi di mattoni, rottami vari, pietre, impastati con calcestruzzo. Sulle teste parificate si costruiva una tavolata di panconi di larice o di olmo. I pali conficcati nel fango diventavano così resistenti e cementati tra loro da conservarsi in ottime condizioni per secoli.

A Venezia si va a piedi o in vaporetto o in gondola e quest’ultima è uno dei tanti simboli della città nella laguna.

La parola gondola si trova per la prima volta in un decreto del doge Vitale Falier del 1094, l’etimologia potrebbe derivare da due termini latini: cymbula che vuol dire "barchetta" o anche conche che vuol dire "conchiglia". Oppure potrebbe essere anche una parola derivante dal greco Kuntecas: "barca a spinta".

La gondola che vediamo ai nostri giorni è il risultato di lente trasformazioni avvenute nel corso dei secoli sia nella forma che nelle dimensioni e nelle finiture. L’insieme ricorda una mezzaluna galleggiante. Le caratteristiche più evidenti dell’imbarcazione sono il ferro, la forcola e il remo. Si possono trovare decorazioni di vario tipo: cavallucci marini, delfini, figure mitologiche, l’imbottitura nei braccioli, i sedili di stoffe colorate, la toleta a spigolo intarsiata o dipinta, i tappeti colorati. Un tempo la gondola aveva un altro elemento che la caratterizzava: il felze, una piccola cabina aperta che faceva da rifugio da sguardi indiscreti e che fu definitivamente abbandonata nella prima metà del Novecento. Nel XVI secolo a Venezia si contavano quasi diecimila gondole che erano addobbate e dipinte con colori sgargianti. A causa dei vari lutti subiti dalla città e per le leggi della Repubblica contro lo sfarzo sia le gondole che i felze diventarono neri.



Sitografia:

http://gcesare.provincia.venezia.it/e_ep/e_ep20/Venezia.htm
http://www.ilovevenezia.com/venezia.htm
italiano.sismondi.ch/civi/Venezia/Venise/ven_2/Evelyne.doc

INDICE:
Pag. 1 – Aquileia nel medioevo,
Pag. 2,3 e 4 - Patriarcato di Aquileia
Pag. 6 – Nascita e sviluppo di venezia
Pag. 8 – I canali di Venezia
Pag. 9 – Costruzione e curiosità di Venezia















LE DONNE E LA MODA DEL MEDIOEVO

A cura di Giulia e Alessandra

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Indice

-La donna nel Medioevo

Il ruolo della donna nella società p.2

La donna nella famiglia p. 3

-Le Streghe p.4

-La moda

Sfarzo e colori p.6

Stoffe e tessuti p.7

Abbigliamento da uomo p. 7

Abbigliamento da donna p. 8


Sitografia:

http://www.gym1.at/comenius/3bl_def/2_pagina.htm
http://notizietemplari.com/?p=247
http://it.wikipedia.org/wiki/Condizione_femminile
http://www.medioevo.com/index.php?option=com_medioevocontent&task=view&id=240&Itemid=34&lang=it
http://www.letteraturaalfemminile.it/donnenelmedioevo.htm
http://guide.supereva.it/donne_e_arte/interventi/2010/09/donne-artiste-nel-medioevo
http://www.tro-ta.com/modamedioevo.pdf
http://www.potenzaprimocircolo.it/OrlandoFurioso/Personaggi/moda.htm
http://www.medioevo.com/index.php?option=com_medioevocontent&task=view&id=219&Itemid=36&limit=1&limitstart=5&lang=it
http://www.calogeromartorana.it/torture_chiesa.htm



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La donna nel Medioevo

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La donna medioevale era considerata un mero oggetto, veniva messa addirittura al di sotto degli animali. Da sempre, la Chiesa soprattutto, ha visto la donna come una peccatrice che suscitava nell'uomo il desiderio, pensieri scabrosi e perversi. In questo periodo le donne erano talmente mal viste che se succedeva qualcosa di male venivano immediatamente accusate.

- Il ruolo della donna nella società

La donna nel Medioevo non aveva gli stessi diritti dell'uomo, ma poteva lavorare nelle botteghe, nei campi o nelle tessiture.

Lei viveva sottomessa alla tutela del padre, del fratello e del marito; da quando era bambina, aveva già un promesso sposo dai genitori, che stipulavano un regolare contratto dove si stabilivano i beni e la somma che il marito doveva pagare alla famiglia della sposa.

Anche la donna doveva portare una “dote” al marito, cioè dei beni che potevano essere grandi feudi, terre, ma anche, semplicemente animali domestici, stoviglie ecc.

L'uomo decideva come la donna si doveva comportare. Le ragazze potevano uscire nei giorni feriali solo per andare in chiesa e sempre accompagnate da persone anziane.

Anche alle donne di rango veniva consigliato di fare sempre qualcosa come cucire, tessere o filare per non cadere in tentazione; dovevano anche controllare la casa e badare all'educazione dei bambini per i primi sei anni.

Le feste, gli spettacoli e le danze erano ritenute dagli uomini situazioni in cui le donne potevano facilmente cadere in peccato, però le donne dotte dovevano per forza essere alle rappresentazioni.

Non potevano imparare né a leggere né a scrivere a meno che non fossero una monaca o un'aristocratica.

Dopo un po' di tempo anche la donna di classe sociale più bassa arrivò alla pari della donna monaca avendo la possibilità di leggere i brani religiosi, ma non potevano studiare le altre discipline: l'istruzione era riservata solo ai maschi.

In quell'epoca una donna era quasi costretta a sposarsi o a ritirarsi in convento perché, non potendo mantenersi da sola, aveva sempre bisogno di un uomo per poter sopravvivere. Molte però entravano spontaneamente in convento per istruirsi e in alcuni casi le badesse avevano lo stesso potere dei vescovi: si può dire che alcune donne vi entrassero solo per ottenere più potere. Tra le donne che emersero in convento ci sono Ende, che con le sue immagini fantastiche di draghi, angeli, demoni e santi contribuì ad illustrare (insieme al monaco Emeterius) uno dei codici del Commento all’Apocalisse del Beatus, oggi conservato nella Cattedrale di Gerona in Spagna.

S. Hildegard von Bingen (1098 - 1179), monaca, veggente e mistica tedesca, conosciuta anche come Ildegarda di Bingen, oltre ad avere lasciato importanti opere che toccano tematiche teologiche e filosofiche, naturalistiche e mediche, tradusse in miniature le sue visioni mistiche. Negli ultimi anni di vita S.Hildegard divenne anche predicatrice, un evento raro per l’epoca.

Santa Caterina Vigri (1413-1463), fondatrice e prima badessa del monastero delle clarisse del Corpus Domini a Bologna, produsse affreschi, quadri e manoscritti con miniature. Proclamata santa, nel 1712, da papa Clemente XI, è considerata la protettrice dei pittori.

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DiHerrade di Landsberg (1130-1195), badessa dell’abbazia di Hohenburg, in Alsazia, si sa assai poco. Di lei però esiste un ritratto (fig. 1), contenuto nel manoscritto miniato che contiene la sua opera “Hortus Deliciarum”(Il giardino delle delizie), la prima enciclopedia scritta da una donna, tra il 1175 ed il 1185. 1) Herrade di Landsberg

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Le donne del popolo invece dovevano per forza lavorare fuori casa al servizio delle signore.

Le castellane e le mogli del signore avevano dei compiti precisi: dirigevano il lavoro delle ancelle e partecipavano con loro all'intrattenimento degli ospiti, all'attività della tessitura e della filatura, infatti i ricami, i tappeti e gli arazzi erano vere e proprie opere d'arte prodotte da loro.

Quando il signore non c'era potevano anche ispezionare le fattorie del vicinato e stare molto attente alle scorte e alla manutenzione del castello.

Nonostante questo, il Medioevo rimaneva un mondo maschile, come già detto le donne erano considerate inferiori agli uomini e in alcune zone non potevano possedere terre o fare testamento, inoltre non potevano votare.

- La donna nella famiglia

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Nel Medioevo il matrimonio non era come lo intendiamo noi oggi, ma solo un mezzo per realizzare un interesse di natura politico-economica.

Innanzitutto bisogna premettere che i matrimoni organizzati avvenivano, al contrario di quanto si pensa, non solo nei casati nobiliari ma anche nella borghesia, perché la figlia del contadino veniva promessa al vicino ricco che prendeva le terre in dote, mentre la figlia del re veniva data al suo nemico per stipulare la pace.

In genere nei matrimoni medievali i rapporti non funzionavano quasi mai perché nessuno dei due coniugi era completamente tollerante alla situazione.
2) Matrimonio di una vergine
Si poteva essere fortunati e sposare un uomo o una donna giovane, ma poteva anche capitare un compagno vecchio; poteva essere buono, o crudele e spietato, avido e stupido; per questo motivo si verificava sempre più l'adulterio.
C'era però una differenza per i coniugi: se lo sposo era sorpreso di adulterio non pagava nessuna conseguenza e non perdeva l’onore; al contrario, se invece era la donna quella colta in flagrante, la situazione era molto più grave. L’adulterio femminile disonorava l’adultera e la sua famiglia, il suo nome e tutto ciò che la riguardava.
Il matrimonio nel Medioevo aveva anche uno scopo molto importante: generare un erede che continuasse la stirpe. Considerando che la vita media non superava i cinquant’anni sia per gli uomini che per le donne, il matrimonio si faceva prima dei vent’anni d’età e dopo i dodici o quattordici anni. Le bambine diventavano donne intorno a quell’età e da quel momento potevano essere anche madri. I ragazzi invece diventavano uomini attorno alla quindicina di anni e si sposavano un anno dopo, massimo due. Questi numeri esprimono una media, un valore generico e non indicativo perché capitavano, anche casi di ragazzine che sposavano dei quarantenni o delle quarantenni che sposavano dei ragazzini, ad esempio.
Il matrimonio avveniva però in genere in relazione all’età, perché da questa dipendeva, oltre che da altri fattori, la capacità di generare eredi. Certamente una ragazzina appena divenuta donna aveva più possibilità di una trentenne di diventare madre e dare al marito dei figli e viceversa. Si cercava il più possibile, pur mirando ad un interesse politico-economico, di fare dei matrimoni in cui tutti e due gli sposi fossero abbastanza giovani per questo motivo.
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Il matrimonio inseguiva l’interesse di natura politico-economica anche quando uno dei due sposi convolava in seconde o terze nozze e questo perché ovviamente contribuiva ad aumentare ulteriormente il patrimonio di un casato. Se un uomo restava vedovo dopo due anni, tendeva a sposarsi di nuovo e il patrimonio della moglie rimaneva in mano sua e veniva aggiunto successivamente quello della nuova moglie. L’interesse era quindi quello di accrescere ricchezze e prestigio, acquistare ulteriori titoli e più potere, ingrandire i propri territori e fare alleanze. Tutto ciò veniva passato nelle mani dell'erede al momento giusto, che non coincideva obbligatoriamente con la morte del genitore. Il fenomeno funzionava a catena e si scatenavano le conseguenze in caso di adulteri o figli illegittimi, ma questi ultimi potevano essere eliminati senza troppi problemi.
Nel Medioevo i due sposi potevano essere due perfetti estranei e in quel caso si conoscevano il giorno stesso delle nozze o al primo incontro; potevano essere anche parenti (cugini di secondo o terzo grado). La Chiesa in seguito stabilì che bisognava andare oltre il quarto grado di parentela, perché altrimenti era probabile che con l'incesto i figli non fossero sani. La Chiesa sosteneva anche che la donna nel parto dovesse soffrire: nella Bibbia era scritto che Eva doveva partorire con dolore per punizione, e i tentativi di alleviare le sofferenze non erano ben visti. Se per caso la madre o i figli morivano nel parto, o anche se la donna non restava incinta, la colpa era di quest'ultima, perché si pensava che fosse una punizione divina per qualche suo peccato.
I due coniugi non dovevano necessariamente essere dello stesso rango, ma potevano benissimo essere di gradi diversi. Ovviamente erano aboliti i matrimoni tra classi diverse. Un nobile non sposava mai una contadina o una plebea e lo stesso non poteva fare una donna nobile, perché altrimenti non veniva rispettato il perseguimento dell’interesse politico-economico.
La cerimonia di fidanzamento non veniva fatta perché nella stragrande maggioranza delle volte la fanciulla veniva promessa alla nascita o in età infantile e il contratto con cui la si prometteva la faceva automaticamente una fidanzata.


-Le streghe
Nel Medioevo le donne erano sempre viste come peccatrici, in quanto generavano pensieri impuri negli uomini. Siccome erano considerate mentalmente inferiori rispetto agli uomini, se qualcuna era invece molto intelligente si poteva pensare che avesse fatto un patto con il diavolo. Il sospetto ricadeva soprattutto su donne nubili e povere, in particolare sulle guaritrici, perché si credeva che chi conosceva il rimedio di un male era sicuramente in grado di provocarlo; ma anche su quelle che avevano uno stile di vita un po' sopra le righe, per esempio quelle che avevano amanti molto più giovani di loro.

La caccia alle streghe aumenta tra il Quattrocento e il Seicento, e il compito di riconoscerle era affidato all'Inquisizione istituita nel 1231 da Gregorio IX, che istituì addirittura un tribunale, quello della Santa Inquisizione per punire eretici ed eretiche; l'Inquisizione fece pure pubblicare un libro nel 1486, il Malleus Maleficarum (copertina nella fig. 3), che delineava i comportamenti e l'aspetto delle streghe.

3) Malleus Maleficarum
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Una strega si caratterizzava, secondo loro, da una speciale disposizione dei nei o se aveva i capelli rossi. Inoltre streghe potevano essere vecchie sdentate, con naso lungo, pelle rugosa e capelli ispidi ma in alcune circostanze potevano anche trasformarsi in leggiadre fanciulle e in gatti neri.

Una volta catturate venivano torturate e poi mandate al rogo, affinché un fuoco più potente del

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fuoco della passione e della perversione che le aveva accompagnate in vita le purificasse; prima le strangolavano e poi le versavano addosso del catrame per favorire il fuoco. In questo modo si la popolazione poteva essere sicura che non tornassero in vita.

Sono state riportate varie tipologie di torture:

Pulizia dell'Anima

Era spesso creduto, nei paesi cattolici, che l'anima di una strega o di un eretico fosse corrotta, sporca e covo di quanto di contrario ci fosse al mondo. Per pulirla prima del giudizio, qualche volta le vittime erano forzate a ingerire acqua calda, carbone, perfino sapone. La famosa frase "sciacquare la bocca con il sapone" che si usa oggi, risale proprio a questa tortura.

Impalamento

Questo strumento, riservato per lo più ai sospetti di stregoneria o agli eretici, era realizzato in tre diverse versioni. La prima consisteva in un blocco di legno a forma di piramide, mentre la seconda, meno letale, aveva l'aspetto di un cavalletto a costa tagliente.

In ambedue i casi, l'indiziata veniva posta a cavalcioni di tale strumento sino a far penetrare la punta, nel primo caso, o lo spigolo nel secondo, direttamente nelle carni, squassando in modo spesso permanente, gli organi genitali. Quasi sempre poi venivano aggiunti dei pesi alle caviglie e sistemati scrupolosamente dei braceri o delle fiaccole accese sotto ai piedi. La terza versione è una delle più rivoltanti e vergognose torture concepite dalla mente umana. Veniva attuata per mezzo di un palo aguzzo inserito nel retto della presunta strega, forzato a passare lungo il corpo per fuoriuscire dalla testa o dalla gola. Il palo era poi invertito e piantato nel terreno, così, queste miserabili vittime, quando non avevano la fortuna di morire subito, soffrivano per alcuni giorni prima di spirare. Tutto ciò veniva fatto ed esposto pubblicamente.

Sedia Delle Streghe

La sedia inquisitoria, comunemente detta sedia delle streghe, era un rimedio molto apprezzato per l'ostinato silenzio di talune indiziate di stregoneria. Tale attrezzo, pur universalmente diffuso, fu particolarmente sfruttato dagli inquisitori austriaci. La sedia era di varie dimensioni, diverse forge e fantasiose varianti; tutte comunque chiodate, fornite di manette o blocchi per immobilizzare la vittima ed, in svariati casi, aveva il pianale di seduta in ferro, così da poterlo arroventare. Vengono riportate notizie di processi dai quali risulta come l'uso di questo strumento potesse venir prolungato, sino a trasformarsi in vera e propria pena capitale.

Ordalia Del Fuoco

Prima di iniziare l'ordalìa del fuoco tutte le persone coinvolte dovevano prendere parte a un rito religioso. Questo rito durava tre giorni e gli accusati dovevano sopportare benedizioni, esorcismi, preghiere, digiuni e dovevano prendere i sacramenti. Dopodiché si veniva sottoposti all'ordalìa: gli accusati dovevano trasportare un pezzo di ferro rovente per una certa distanza. Il peso di questo ferro era variabile: si andava da un minimo di circa mezzo chilo per reati minori, fino a un chilo e mezzo. Un altro tipo di ordalìa del fuoco consisteva nel camminare bendati e nudi sopra i carboni ardenti. Le ferite venivano coperte e dopo tre giorni una giuria controllava se l'accusato era colpevole o innocente. Se le ferite non erano rimarginate l'accusato era colpevole, altrimenti era considerato innocente. Si poteva aver salva la vita, però, corrompendo i clerici che dovevano officiare la prova: si poteva fare in modo che ferro e carboni avessero una temperatura sufficientemente tollerabile.

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Ordalia Dell'Acqua

In questo tipo di ordalìa l'acqua simboleggia il diluvio dell'Antico Testamento. Come il diluvio spazzò via i peccati anche l'acqua 'pulirà' la strega. Dopo tre giorni di penitenze l'accusata doveva immergere le mani in acqua bollente, alla profondità dei polsi. Spesso erano costrette a immergerle fino ai gomiti. Si aspettava poi tre giorni per valutare le colpe dell'accusata (come per l'ordalìa del fuoco). Veniva messa in pratica anche un'ordalìa dell'acqua fredda. Alla strega venivano legate le mani con i piedi con una fune, in modo tale che la posizione non fosse certo propizia per rimanere a galla. Dopodiché veniva immersa in acqua; se galleggiava era sicuramente una strega in quanto l'acqua 'rifiutava' una creatura demoniaca, se andava a fondo era innocente ma difficilmente sarebbe stata salvata in tempo.

La moda

Potrebbe sembrare strano parlare di moda in relazione al periodo medioevale, ma non è così; sebbene fosse molto più modesta rispetto ad ora, c'era e si esprimeva in maniera molto semplice: il vestito doveva essere comodo, pratico, durevole e rappresentativo.

La moda contribuì in tal senso a diffondere l’importanza del proprio status sociale, come all'epoca dei romani o tutt'oggi, attraverso i propri vestiti, infatti il mondo aristocratico ne era molto influenzato.

I vestiti nel Medioevo dovevano dunque svolgere tre funzioni fondamentali: coprire tutto il corpo (per pudore non era infatti possibile mostrare alcune parti del proprio corpo in pubblico), proteggere dal freddo e fare da ornamento. L’unico modo per rispondere a tutte queste esigenze era quello di vestire tuniche e mantelli lunghissimi dalle maniche larghe e lunghe fino a coprire le mani; si potevano staccare perché era la parte che più si sporcava. Le calzature, invece, erano solitamente con le punte all'insù.

Generalmente la tunica della donna era lunga fino alle caviglie e fermata in vita da una cintura, mentre quella dell’uomo era più corta (solitamente alle ginocchia), fermata in vita anch’essa da una cintura. Per coprire le gambe l’uomo utilizzava delle brache. Non esistendo le tasche, era uso comune appendere alla propria cintura una specie di borsa in stoffa, detta anche “scarsella”(fig.4).

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A parte i neonati non c’era alcuna distinzione tra le diverse età: sia i bambini che gli adulti erano vestiti allo stesso modo. Nel corso degli anni il modo di vestire subisce numerose variazioni. Verso la metà del XIII secolo, ad esempio, si ha la sparizione della tunica e la comparsa della sopravveste, una specie di lunga casacca senza maniche che si sovrappone alla veste. A questa si aggiungono un

mantello con cappuccio, risvolti e chiusure laterali all’altezza della spalla, variegati copricapi, guanti e pelli o pellicce varie.

4) Scarsella Francese del Museo

di Bargello a Firenze

- Sfarzo e colori

Con il passare degli anni assume sempre più importanza il valore simbolico delle vesti indossate: ricchezza e classe sociale devono saltare agli occhi. Diventa molto comune (per l’aristocrazia del

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periodo) l’utilizzo di gioielli, pietre variopinte e metalli lucenti. Anche i colori esprimono diversi stati sociali: il rosso è il colore preferito dai potenti, seguito da bianco e verde; grigio e marrone

invece, per la scarsa lucentezza e per la simbologia della tristezza, restano i colori del popolo. Il giallo invece indicava che si era arrabbiati, il blu innamorati: infatti le ragazze più giovani preferivano il blu o il rosa, mentre le dame il rosso il nero e/o il grigio. Inoltre nessuno indossava vestiti a strisce perché sembrava evocassero il Diavolo; dall'altra parte, i clericali indossavano abiti di colore nero, bianco o marrone, che indicavano purezza. È interessante sottolineare come il Medioevo si differenzi dalle epoche che lo precedono proprio per questo senso del colore, assente fino ad allora. Addirittura la luminosità del colore stesso era un indice fondamentale per i giudizi dell’epoca: i colori che emanano più luce sono i più apprezzati, mentre vengono scartati quelli che all’epoca non era possibile (perché alcune conoscenze tecniche non erano ancora disponibili) rendere luminosi.

Le famiglie nobili adottavano spesso colori fissi nel loro abbigliamento e vestivano i servitori con livree dei colori della propria casata.

Naturalmente i nobili erano coloro che potevano sfoggiare gli abiti più sfarzosi e preziosi, ed è proprio contro questo abuso di lusso che a Bologna nel 1401 lo Statuto suntuario impose precise limitazioni al lusso degli abiti e prescrisse di far bollare le vesti, precedentemente confezionate, che esulassero dalle nuove norme statuarie.

- Stoffe e tessuti

Le stoffe più comuni erano il lino e la canapa. Quest’ultima, essendo particolarmente resistente, era perfetta per fodere di lenzuola e abiti da lavoro come i camici. Molto utilizzato anche il fustagno, un misto di lino e cotone, che serviva sia per gli abiti che per l'arredamento. A queste si affiancano sete, damaschi e broccati importati dall'Oriente, dall'Egitto e dalla Sicilia, il cui consumo in Europa aumenta notevolmente nel corso del XII secolo. Le stoffe potevano essere di tinta unita, a più colori mescolati, a disegni di fiori e fronde, a pois, o anche a righe; l’introduzione delle pelli e pellicce avviene, invece, in seguito allo sviluppo del commercio. Le pelli derivanti da animali importati tipo castoro, zibellino, orso, ermellino erano molto pregiate, mentre meno apprezzate erano quelle provenienti dalla fauna locale (lontra, volpe, lepre, coniglio, faina, agnello). Le pelli venivano cucite all'interno delle maniche o fra le due stoffe dei soprabiti imbottiti; poi, le più comuni come il coniglio, venivano tinte di rosso e usate per decorare i polsi e l'orlo inferiore delle tuniche.

- Abbigliamento Uomo

Gli uomini generalmente vestivano delle brache, ovvero dei calzoni di tela sottile lunghi fino alle caviglie. Fino al XII secolo si usava tingere le brache di rosso, ma questa moda scomparve dopo che vennero introdotte di cuoio o di seta. Sotto la veste si indossava una camicia, una specie di tunica chiusa in lato e aperta in basso davanti e dietro, lunga fino a metà polpaccio. La veste (o tunica, fig.5) era invece un abito di lana o di seta dall'ampia scollatura, che si infilava dalla testa. Le maniche erano semi-lunghe e molto larghe; poi c'era anche la gonna, ampia, pieghettata e aperta davanti e dietro, che arrivava fino ai piedi. Era chiusa in vita da una cintura alla quale si appendevano la borsa (la scarsella già nominata prima) e le chiavi. La tunica dei militari era uguale a quella dell’uomo, ma la cintura era portata più bassa perché doveva sostenere le armi. Il mantello era invece un indumento riservato ai nobili, che poteva essere di varie fogge. 5) Tunica da uomo



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La più diffusa era quasi a ruota, di mezza lunghezza e senza maniche. In genere era di tessuto pesante foderato di pelliccia, ricamato e con frange; aveva un'apertura a lato e si chiudeva sulla spalla destra con un legaccio o vari fermagli, che potevano essere sferici, piatti, di cuoio o di tessuto, d'osso, di corno, d'avorio o di metallo.

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Le calzature si possono suddividere in due categorie: scarpe in stoffa o pelle, simili alle odierne pantofole e utilizzate in casa o infilate negli stivali, e stivaletti di cuoio spesso, chiusi alla caviglia

con un gran numero di stringhe e asole. Quelle dei nobili erano colorate e vivaci ed avevano punte molto allungate e sottili, tanto che per evitare di inciampare, venivano tenute sollevate e legate indietro mediante catenelle. Alcune calzature avevano inoltre delle alte suole di legno, adatte a camminare in strade fangose; talvolta queste suole si potevano staccare dalla scarpa per stare in casa. I contadini portavano povere casacche ed abiti lisci, calzettoni di lana (spesso legati con lacci), cappelli di paglia, cappucci e/o berretti. Erano realizzati con lana e lino grezzi, filati in casa, e quindi resistenti e pratici per lavorare. I colori per legge dovevano essere smorti.

Altro accessorio era il copricapo, che aveva varie forme: poteva essere un berretto di lana o tela, o uno pesante e che ricadeva su se stesso, conico, con l'estremità ripiegata, munito di paraorecchi per l'inverno, calottine di cotone o cappello di feltro a larghe falde abbassate, per l'estate.

Un discorso a parte meritano gli uomini che facevano parte della Chiesa; coloro che rinunciavano al mondo per servire Dio avevano abiti semplici e funzionali: scarpe e calze, due cocolle e due tuniche leggere per l'estate; tutto ciò invece in tessuti pesanti per la stagione fredda.

Le più alte cariche della Chiesa (tipo il vescovo o il cardinale), al contrario, vivevano nell'agiatezza e avevano numerosi poteri sia spirituali che materiali: vesti preziose, stoffe ricercate, abiti sgargianti (rosso e violetto) facevano parte di questi vantaggi materiali.

- Abbigliamento Donna

L'abbigliamento femminile non era molto diverso da quello maschile, a parte il fatto che le donne non portavano le brache, e talvolta si cingevano il petto con un velo di mussolina a mo' di reggiseno. Anche le donne vestivano una tunica, che poteva essere normale (semplice e lunga) o composta (verso il 1180, con un corsetto aderente, una larga fascia che sottolineava la vita e una gonna lunga aperta su entrambi i fianchi). Quest’ultima soluzione slanciava la figura e disegnava la forma dei fianchi, del ventre e del dorso. Lo scollo era sempre ampio e rotondo, le maniche lunghe e svasate a partire dal gomito.

A completamento della tunica la donna sfoggiava una cintura molto ampia, di cuoio intrecciato, di

seta o di lino, sapientemente allacciata. Si effettuava un primo giro all'altezza della vita, un nodo sui reni, poi un secondo giro all'altezza dei fianchi, un nuovo nodo all'altezza del bacino ed infine si lasciavano cadere le estremità in due bande uguali fino a terra.

Le calze erano simili a quelle degli uomini ma sempre sorrette da giarrettiere, perché non potevano essere agganciate alla cintura delle brache.

Anche nel medioevo le scarpe femminili erano di vario tipo: alte o basse, chiuse o aperte, con o senza linguetta, di cuoio, di feltro, di tessuto, foderate di pelliccia. La moda prediligeva i piedini minuscoli, i tacchi abbastanza alti, il passo ondeggiante e accuratamente studiato.

A partire dal XII secolo i mantelli vennero chiusi con doppi bottoni che si infilavano in due occhielli, e potevano essere sferici, piatti, di cuoio o di tessuto, d'osso, di corno, d'avorio o di metallo. Il mantello si prestava ad una grande varietà di invenzioni quanto alla forma, alla lunghezza, alla decorazione, alla materia usata.

6) Abito da donna



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Le donne più giovani portavano solitamente i capelli con la scriminatura al centro e due trecce che

scendevano sul petto (talvolta anche fino alle ginocchia); la moda voleva una fronte molto alta, perciò si strappavano le prime file di capelli e sopracciglia. Dopo il 1200 la moda delle lunghissime trecce tende a scomparire per lasciare il posto a capelli più corti tenuti fermi da un cerchietto e lasciati fluttuare sulle spalle. Prima di uscire di casa o di entrare in chiesa ci si copriva la testa con

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un velo di mussolina di lino o di seta. Le donne adulte portavano una grossa crocchia avvolta in una specie di foulard annodato e sormontato da una banda che cingeva la testa orizzontalmente. Le

vedove e le suore, invece, portavano un ampio copricapo chiamato soggolo, di tessuto leggero che nascondeva completamente i capelli, le tempie, il collo e la parte superiore del busto.

Come potete ben immaginare gli abiti dei contadini erano totalmente differenti rispetto a quelli dei nobili. Erano generalmente fatti con tessuti a buon mercato, casacche e mantelli erano più corti (per risparmiare sulla stoffa) e non si indossavano né calze né scarpe (a meno di rudimentali zoccoli in legno). Tutti viaggiavano a gambe nude e non portavano copricapo.

Non c’erano negozi per confezionare vestiti, quindi i ricchi si servivano dei sarti, che cucivano gli abiti interamente a mano. La moda nel corso del Medioevo si fece sempre più elaborata. I modelli, come oggi, cambiavano di anno in anno. Furono anche promulgate leggi contro il lusso eccessivo le “suntuarie”, ma furono poco rispettate.











I Cavalieri medievali

Jessica e Giulia
Classe 2BL




I Cavalieri Medievali
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La nascita della Cavalleria

Nel V secolo dell’era cristiana l’Impero Romano d’Occidente crollò sotto i colpi delle tribù barbariche che invasero i suoi territori e vi si stabilirono. Tra queste tribù assunsero sempre più importanza i Franchi, che si erano insediati nelle terre dell’antica Gallia e nella Valle del Reno. Essi allargarono gradualmente la loro sfera d’influenza, tanto che, nell’anno 800, il loro re Carlo Magno poté assumere il titolo di imperatore del Sacro Romano Impero, riunendo sotto il suo scettro quasi tutta l’Europa occidentale. Carlo Magno, come già i suoi predecessori, incrementò il numero di cavalieri militanti nell’esercito franco, assegnando loro, per pagare il costoso armamento ed il lungo addestramento necessari per combattere a cavallo, ampie estensioni di terre demaniali.

Nel IX secolo l’Impero Carolingio, sconvolto da guerre civili e da invasioni, si disgregò, la società si riorganizzò intorno a questi armati locali. Al centro del sistema stava il rango di cavaliere:

questo nuovo ordine sociale, basato su una classe di cavalieri al servizio di un nobile locale (conte, marchese,duca) e, servita a sua volta, dai contadini, si consolidò definitivamente intorno all’XI secolo.

L’Educazione del Cavaliere

Quando un rampollo di nobile casata era ritenuto maturo per iniziare la sua educazione di cavaliere (ciò avveniva intorno ai sette anni) lasciava il castello del padre per andare al servizio di un altro feudatario. Qui trovava altri cadetti che si preparavano a divenire cavalieri. I più giovani venivano chiamati paggi, mentre quelli che superavano i quattordici anni di età venivano chiamati scudieri.

Il compito iniziale dello scudiero, come si evince dal nome stesso, era quello di portare lo scudo del cavaliere. Sembra infatti che, nell’XI e XII secolo, molti scudieri venissero dalle classi inferiori e molti rimanevano in questa condizione perché nel XIII secolo diventare cavaliere era così costoso che parecchi si sforzavano di evitare la promozione, mantenendo il rango inferiore.

Essi venivano educati severamente: dovevano imparare le nobili regole della Cavalleria e dovevano irrobustire il loro corpo; perciò imparavano a cavalcare, a maneggiare ogni tipo di armi, a lottare, a nuotare, a cacciare, accompagnavano il cavaliere in battaglia, aiutandolo ad indossare l’armatura e soccorrendolo quando era ferito o disarcionato, Imparavano a tirare con l’arco ed a trinciare la carne da mettere in tavola.

Poiché trascorrevano l loro vita girando di castello in castello, alcuni, per divenire persone di buona compagnia, imparavano a sonare il liuto e la mandola.

Da scudiero a cavaliere: la cerimonia di investitura

Se uno scudiero svolgeva in modo soddisfacente questo apprendistato, intorno ai ventuno anni, diventava Cavaliere. La nomina avveniva con una solenne cerimonia. Il giorno precedente il giovane faceva un bagno, per purificarsi dal peccato. Poi indossava una tunica bianca e una vermiglia per simboleggiare la purezza che da qual giorno doveva conservare e il sangue che avrebbe dovuto essere disposto a versare in difesa della Chiesa e dei deboli. Così purificato giungeva, per compiere penitenza, sino all’ indomani. Alla sera entrava in una piccola chiesa del castello, luogo della cerimonia, e vi trascorreva tutta la notte in preghiera assieme ai suoi padrini: questa veniva chiamata la “veglia d’ armi”. Al mattino seguente si confessava, assisteva alla Santa Messa e ascoltava un sermone. Intanto nella chiesa arrivavano il castellano, la sua dama e le damigelle, i paggi, i servi e i contadini del feudo.

A questo punto giungeva il momento più solenne: il giovane si avvicinava all’ altare portando, appesa al collo, la sua spada che sarà poi benedetta al sacerdote. Poi si inginocchiava davanti al vescovo o il suo signore.

Gli veniva chiesto: “Per quale motivo desideri entrare nella Cavalleria? Se è per arricchirti ed essere onorato non ne sei degno!”.

Il giovane allora stendeva la mano sul Vangelo e pronunciava ad alta voce il giuramento del Cavaliere. Dopo di che alcuni paggi lo aiutavano a vestirsi della nuova divisa. Il giovane si inginocchiava nuovamente; il signore si alzava dal seggio e gli si avvicinava; con una spada gli dava tre colpi di piatto su una guancia dicendo: “In nome di Dio, di San Michele e di San Giorgio io ti faccio Cavaliere. Sii prode, leale, generoso”.

Il giuramento del Cavaliere:

  1. Tu crederai a tutto ciò che la Chiesa insegna ed osserverai tutti i suoi Comandamenti.

  2. Tu proteggerai la Chiesa.

  3. Tu difenderai tutti i deboli.

  4. Tu amerai il Paese dove sei nato.

  5. Tu non ti ritirerai mai davanti al nemico.

  6. Tu farai la guerra ad oltranza contro gli infedeli.

  7. Tu adempirai si tuoi doveri feudali, se non sono contrari alla legge di Dio.

  8. Tu non mentirai mai, e sarai fedele alla parola data.

  9. Tu sarai liberale e generoso con tutti.

  10. Tu sarai sempre il campione del diritto e del bene, contro l’ ingiustizia e il male.








L’ abbigliamento del Cavalieri

Il costume da CAVALIERE MEDIEVALE – TIPO è composto da:
  • una sotto tunica in cotone o lino;
  • una tunica di varia foggia in lana, velluto o tessuti damascati;
  • un mantello di varia foggia;
  • una calzamaglia;
  • un copricapo

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L’ armatura dei Cavalieri
Il Vestito di Ferro

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Inizialmente l’armatura dei cavalieri era costituita da una cotta di maglia, una sorta di tunica costituita da numerosi piccoli anelli di ferro intrecciati. Per smorzare i colpi, veniva portata anche una sottocotta imbottita. A partire dal XII secolo, per proteggere anche le braccia e le gambe, si iniziò a impiegare maniche e cosciali metallici. Ogni anello veniva intrecciato, mentre era ancora aperto, con quattro altri anelli e poi ribattuto per chiuderlo. Il peso di una difesa di questo tipo si aggirava attorno ai 9-14 kg, che gravavano soprattutto sulle spalle del combattente. Essendo la cotta di maglia flessibile, i colpi inferti con forza, anche se non tagliavano o penetravano il corpo, potevano provocare pesanti contusioni o fratture letali.

L’uso delle piastre di ferro si diffuse nel Trecento. È nel secolo successivo che si cominciò a portare armature metalliche complete per proteggere ogni parte del corpo. Sagomate in maniera tale da permettere che le punte e le lame scivolassero sulle loro superfici levigate, le armature a piastra potevano raggiungere un peso complessivo intorno ai 25 kg, ma ben distribuito, consentendo ai cavalieri di combattere e montare a cavallo senza particolari problemi.

Le piastre venivano, infatti, sagomate in modo tale che, muovendosi l’una sull’altra, seguivano i movimenti del cavaliere. Alcune piastre erano incernierate e potevano ruotare una sull’altra, altre unite da perni che scorrevano in un’asola. Per facilitare lo scorrimento, molte erano connesse tramite stringhe interne di cuoio. L’impiego delle armature a piastra, grazie alla loro efficacia difensiva, permise di ridurre gli scudi, che, a partire dal Quattrocento, divennero più piccoli e leggeri.

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Qualche esemplare di pregio venne decorato al bulino e, nel Cinquecento, si diffuse l’abitudine di incidere i disegni decorativi con l’acido. Bordi e fregi erano spesso in oro, o dorati: finitura che, in alcuni casi speciali, veniva estesa a tutta l’armatura.

Opinione comune è che le armature a piastra fossero goffe e rigide. Ma, se questo fosse stato vero, non sarebbero mai state usate in battaglia. In realtà, un uomo in armatura poteva fare quasi ogni cosa che fosse capace di fare quando non la indossava.

Le armature più antiche erano abbastanza facili da indossare: si infilava la maglia dalla testa e quindi si affibbiavano sulla schiena le piastre di rinforzo per il torso, i fianchi e le spalle.

Infilarsi le armature a piastre metalliche era, invece, notevolmente più complicato, anche se,con l’aiuto di uno scudiero, un cavaliere poteva prepararsi al combattimento (o togliersi l’armatura) in pochi minuti. Si iniziava con l’indossare la “veste d’armi”, cioè l’indumento che stava sotto l’armatura, quindi si mettevano in posizione i vari pezzi dell’armatura stessa, cominciando rigorosamente da quelli inferiori e finendo con l’elmo.



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Le parti dell’armatura

Il cimiero:questo ornamento rendeva agevole l’identificazione sul campo di battaglia, tuttavia già in quell’epoca, andava perdendo popolarità a favore di elmi meno ornati, come il bacinetto con visiera.

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Il bacinetto:o elmetto con visiera, nato in Italia nel XIV secolo, aveva probabilmente in origine una celata ribaltabile sulla fronte. Ma venne poi affermandosi la più pratica incernieratura laterale.

Maglia metallica

Lo scudo:i cavalieri protetti dalla sola maglia metallica, erano molto vulnerabili da parte di forti colpi di mazza o di lancia. Dovevano perciò proteggersi dietro grandi scudi. Nel Quattrocento, grazie ai progressi della corazza a piastre, gli scudi divennero molto più piccoli e leggeri.

Gli uomini hanno sempre decorato i loro scudi. Nel corso del XII secolo, però, questa ornamentazione si stabilizzò secondo certe regole predefinite, che consentivano ad un cavaliere di identificarsi con precisione attraverso i disegni del proprio scudo o della propria sopravveste: era nata l’araldica.

Si è spesso sostenuto che essa nacque dall’impossibilità di distinguere il volto del cavaliere sotto i nuovi elmi con celata; ma probabile che la ragione vera sia stata la necessità di distinguere facilmente i combattenti nel corso di un torneo. L’araldica si basava su regole ferree; uno stemma era proprietà esclusiva di un determinato cavaliere, e dopo la sua morte passava al figlio primogenito; gli altri figli usavano una variante delle “armi”, come si chiamavano, del padre.

Queste “armi” erano descritte con un rigido linguaggio convenzionale, così come rigidamente codificati erano i colori ed i “metalli” (argento e oro) usati negli stemmi.



Il cavaliere e le sue armi


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La spada era l’arma più importante del cavaliere, ilsimbolo stesso della cavalleria. Fin verso la fine del Duecento, la tipica spada da combattimento era a lama larga ed a doppio taglio; ma, con il diffondersi dellearmature a piastre, vennero in uso spade più lunghe e sottili, adatte a colpire di punta, così da infilarsi nei sottili spazi, tra una piastra e l’altra.

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Venne acquisendo favore anche la mazza ferrata, eccellente per fracassare le armature. Prima di impugnare la spada o la mazza, tuttavia, il cavaliere caricava l’avversario con la lancia abbassata.

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Anche la lancia venne trasformandosi con il tempo, aumentando la sua lunghezza e munendosi, a partire dal Trecento, di una guardia circolare a protezione dell’impugnatura.Altre armi, come l’ascia da guerra a manico corto, potevano essere saltuariamente usate nel combattimento a cavallo. Gli spadoni dall’impugnatura allungata, da afferrare a due mani, erano invece riservate per i combattimenti a piedi.

Le tecniche di assedio

Allorché un nemico assaltava un castello, cominciava con l’intimare agli occupanti di arrendersi e se questi rifiutavano, doveva tentare di espugnare la fortificazione. Poteva scegliere tra due tattiche: o stringere d’assedio il castello, impedendo a chiunque di entrare od uscire, finché gli assediati non si arrendevano per fame, od usare la forza. In questo caso poteva tentare di scavare una galleria fin sotto le mura, per poi incendiare i puntelli sorreggenti lo scavo e far crollare le mura soprastanti, o per sbucare inaspettato all’interno della fortezza. Oppure, poteva battere le mura stesse con arieti, con catapulte o (successivamente) con i cannoni.

In Sella

Le cavalcature erano un elemento costoso, ma fondamentale, nell’equipaggiamento del cavaliere. Occorrevano cavalli per combattere, altri per cacciare, altri ancora per le giostre, per i tornei e per trasportare i bagagli. La cavalcatura più costosa era il destriero, cioè il cavallo da battaglia. Si trattava, generalmente, di uno stallone di grosse dimensioni.

Dal XIII secolo in poi diventò normale, per un cavaliere, disporre di almeno due destrieri, più numerosi i cavalli adibiti ad altri scopi. Tra questi spiccava il “corsiero”, veloce cavalcatura da caccia (talvolta la definizione veniva usata anche per cavalli da battaglia, così come il “destriero” poteva indicare l’animale da torneo). Le razze più apprezzate provenivano dall’Italia, Francia e Spagna.

Per viaggiare veniva usato il “palafreno”, dal carattere più docile e malleabile, mentre per trasportare i bagagli si utilizzavano tranquille e robuste bestie da soma.

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Il torneo

I guerrieri dovevano esercitarsi continuamente alla battaglia, ed il torneo nacque, intorno all’XI secolo, proprio come pratica di addestramento bellico: due squadre contrapposte di cavalieri combattevano una finta battaglia –indicata con il nome francese di melée, mischia,- in un vastospiazzo campestre. I cavalieri sconfitti cedevano al vincitore cavallo ed armatura: un buon combattente poteva così arricchirsi lecitamente, esercitandosi alla lotta. Nei primi tempi si impiegavano armature da battaglia ed armi vere. Benché i tornei fossero popolarissimi tra i cavalieri, e moltissimo pubblico affluisse per vederli, la Chiesa non smise mai di disapprovarli, a causa dello spargimento inutile di sangue che causavano.

Per questa ragione, a partire dal XIII secolo, vennero introdotte armi “cortesi”, cioè spuntate. Nel Torneo ad armi spuntate si affrontavano due squadre di cavalieri armati di grossi randelli o di armi spuntate. Lo scopo dei contendenti era quello di colpire il cimiero, posto sugli elmi degli avversari, evitando la faccia (protetta comunque da apposite griglie). Ogni cavaliere aveva al suo fianco un portastendardo; una serie di serventi (chiamati “valletti”) erano pronti a raccoglierlo se cadeva.

Al centro del campo, tra le due corde che separavano le squadre contendenti, cavalcava il cavaliere d’onore; sulle tribune si accalcavano le dame e trovavano posto i giudici del torneo.

Nel frattempo, comparivano altri tipi di combattimento simulato come la “Giostra,” ed il combattimento a piedi. Nel Quattrocento si diffuse il pas d’armes: uno o più sfidanti scendevano in lizza, cioè sul terreno di scontro, e sfidavano a duello altri cavalieri.

La Giostra

Nel corso del XIII secolo al torneo si aggiunse una nuova, spettacolare forma di combattimento,: la Giostra. In essa i cavalieri combattevano uno contro l’altro singolarmente, in duello. Generalmente i contendenti si battevano a cavallo, usando le lance, tuttavia, in qualche occasione, continuavano la lotta anche a colpi di spada. I due cavalieri si lanciavano l’uno contro l’altro al galoppo, cercando ognuno di disarcionare l’avversario con un ben assestato colpo di lancia. Se non ci riusciva, ma comunque si arrivava a spezzare la lancia contro lo scudo dell’opponente, si “segnava un punto”. Talvolta ci si scontrava in una “giostra di guerra” usando lance da battaglia dalla punta acuminata, che potevano anche uccidere un uomo; ma in generale ci si batteva in una “giostra di pace”, impiegando lance smussate o con un tampone in cima: una specie di coroncina che distribuiva su una superficie maggiore l’impatto del colpo. Per la giostra si svilupparono anche armature di tipo particolare, che garantivano una maggiore protezione. Nel corso del XV secolo si introdusse anche una sorta di barriera che separava i settori dei due avversari, così da impedire le collisioni frontali.

Il combattimento a piedi

Già nel corso del Duecento accadeva in qualche giostra che i cavalieri, dopo aver spezzato le loro lance, smontassero di sella e si affrontassero con le spade. Ma nel secolo successivo simili combattimenti a piedi divennero frequenti e programmati. Ogni contendente doveva effettuare un numero prestabilito di assalti, in alternanza con l’avversario, gruppi di armigeri erano pronti ad intervenire se i contendenti si eccitavano troppo.

Le cronache quattrocentesche riferiscono che ognuno dei contendenti scagliava un giavellotto; quindi la lotta proseguiva con la spada, con l’ascia o con armi in asta. Ancora più tardi si affermarono scontri a squadre, con due gruppi di armati combattenti ai lati opposti di una barriera: era il cosiddetto “torneo appiedato”.

Infatti, proprio come nel torneo a cavallo, ogni uomo doveva spezzare una lancia contro l’avversario e poi continuare a battersi utilizzando spade dal filo smussato.

Il cavaliere errante

Il cavaliere errante è una figura della letteratura cavalleresca medievale. L'aggettivo "errante" (cioè viaggiatore, girovago) indica come il cavaliere vagabondava per vasti territori in cerca di avventure, o allo scopo di dimostrare il proprio valore.

Il tramonto della cavalleria

L’epoca dei grandi cavalieri e il loro mondo di valori, giunse al termine quando, grazie alle nuove tecniche di guerra (formazioni compatte di picchieri) e alle nuove armi da fuoco, la fanteria riacquistò un ruolo preponderante sui campi di battaglia.

A partire dalla fine del XIII secolo, ma soprattutto in quello successivo, le nuove armi vincenti sono le picche, l’arco e la balestra, insieme ai pavesi, grandi scudi di legno che, posti nelle prime file degli schieramenti, costituivano, spesso, un ostacolo insormontabile.

Le milizie cittadine si organizzarono sempre meglio e, dotate di un certo addestramento, divennero un avversario temibile perché questi uomini che, normalmente svolgevano nella vita quotidiana ben altri compiti rispetto all’arte della guerra e delle arti marziali, nel momento del combattimento, sotto il gonfalone civico, davano sfogo a tutta la loro determinazione e rancore contro l’aristocrazia feudale.

È nel tardo Medioevo che le battaglie si fanno cruente e senza scampo, abbandonando i valori che erano stati una caratteristica dei combattimenti tra cavalieri.

Per la gens nova la guerra non è un valore, modo con cui mettere in mostra le proprie virtù cavalleresche magari per appropriarsi di un bottino o di un ricco riscatto. È guerra, morte e violenza. Laddove il cavaliere intravede nel cavaliere avversario un simile, unito dalla fraternitas, il mercante, l’artigiano e il contadino combattono per ottenere una vittoria definitiva e risolutiva e vedono nel cavaliere un nemico da eliminare, uccidere, lontani da qualsiasi deontologia militare e privi di remore. Non sanno che farsene della morale cavalleresca.





Bibliografia:
  • conoscere fratelli Fabbri editore (1964)
  • junior enciclopedia (1972) SAIE editore
Sitografia:

Indice:
  1. La nascita della Cavalleria..........................…..............................pag.1
  2. L' educazione del Cavaliere........................................................pag.2
  3. Da scudiero a Cavaliere: la cerimonia dell' investitura.......pag.2
  • L’ abbigliamento dei Cavalieri………………………………………………pag.4
  • L’armatura dei Cavalieri……………………………………………………….pag.5
  • Il Cavaliere e le sue armi……………………………………………………….pag.7
  • Le tecniche d’assedio…………………………………………………………….pag.7
  • In sella…………………………………………………………………………………….pag.8
  • Il torneo…………………………………………………………………………………pag.8
  • La Giostra…………………………………………………………………………….pag.9
  • Il combattimento a piedi………………………………………………….pag.9
  • Il Cavaliere errante………………………………………………………….pag.10
  • Il tramonto della Cavalleria……………………………………………pag.10

















IL CASTELLO MEDIEVALE


Il castello: storia e struttura
Un viaggio nei secoli alla scoperta del "castello"

Il castello: storia e struttura
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Si chiamava Castellum, presso i romani, un'opera di fortificazione la cui differenza dal Castrum non è ben chiara. Generalmente si identificava con questo nome fortificazioni di minore entità lungo i confini dell'impero, disposte ad intervalli regolari a sorveglianza di ponti e strade, al di qua e al di là delle frontiere. Nel Medioevo il nome di Castello passò ad identificare una residenza fortificata che costituì la dimora del signore feudale.

Si chiamava Castellum, presso i romani, un'opera di fortificazione la cui differenza dal Castrum non è ben chiara. Generalmente si identificava con questo nome fortificazioni di minore entità lungo i confini dell'impero, disposte ad intervalli regolari a sorveglianza di ponti e strade, al di qua e al di là delle frontiere. Nel Medioevo il nome di Castello passò ad identificare una residenza fortificata che costituì la dimora del signore feudale. Il castello medievale, oltre a proteggere il barone (il signore del castello nel linguaggio comune si chiamava genericamente "Barone"), aveva lo scopo di controllare, proteggere e amministrare la proprietà circostante, fornendo quindi, oltre ad una potenza militare, anche una base economica.
Esso forniva infatti un luogo sicuro per l'immagazzinamento di armi e equipaggiamento, per il sostentamento di uomini e cavalli.
Costruito all'interno di un recinto fortificato, il palazzo era il luogo di residenza per la famiglia del proprietario ed i suoi uomini. In caso di pericolo il castello poteva anche servire come rifugio per i contadini che lavoravano la terra del signore, per cui erano di grande importanza le tecniche difensive.

I primi castelli
Nel IX secolo la dimora dei grandi signori non è ancora il castello, ma una casa, più o meno vasta e più o meno lussuosa, che si innalza al centro della proprietà, intorno alla quale vi sono le casupole dei servi, le stalle, i granai, i magazzini e tutto ciò che serve alla vita economica della piccola collettività. Esempi di queste abitazioni signorili sono costituiti dalle tante "ville" che Carlo Magno possiede nei suoi vasti domini rurali in tutto il territorio dell'Impero.
Dalla metà del IX secolo, in tutti i paesi dell'Impero carolingio, ed in modo particolare in Francia, si cominciano a costruire edifici fortificati, che possiamo considerare progenitori del castello feudale vero e proprio.
La ragione fondamentale di questa trasformazione sta nel fatto che in quell'epoca hanno inizio, e via via diventano più frequenti, le terribili incursioni dei Normanni. Infatti questi "uomini del Nord" di stirpe germanica, provenienti dalla Scandinavia, con le loro razzie devastatrici seminano il terrore lungo le coste dell'Europa settentrionale e soprattutto nell'interno della Francia.
Sotto l'imperversare di questo flagello, le comunità incominciano ad organizzarsi e a provvedere alla propria difesa. Molti piccoli proprietari non esitano a rinunciare alla libertà personale ed alla loro terra a beneficio di un potente, pur di garantirsi protezione e sicurezza; i coloni che lavorano nelle vaste aziende agricole e che fino ad allora vivevano in casolari isolati, si raggruppano intorno all'abitazione del signore, il quale provvede a fortificare la sua dimora.
Nasce così il castello nella sua forma più rudimentale: una grande torre quadrata in legno, costruita su di un'altura chiamata "motta", che può essere naturale o, almeno parzialmente, opera dell'uomo. Di solito intorno alla motta è scavato un fossato; ad una certa distanza si erge una cinta di pali e di terra battuta, circondata a sua volta da un altro fossato.

Il castello dal X secolo in poi
Nel corso dei secoli X e XI i castelli aumentano di numero e la loro struttura si trasforma. E' questo il periodo in cui nel mondo feudale infuriano le guerre private: grandi signori o modesti vassalli, tutti vivono in uno stato di lotta perenne. Per questa gente turbolenta, ogni pretesto è buono per far scoppiare un conflitto: una questione di terre o di privilegi, un tributo ricusato, una rivalità con il signore vicino, la ribellione di un vassallo che è venuto meno al patto di fedeltà, qualsiasi controversia, insomma, viene risolta con la guerra.
Il castello, da sempre rifugio fortificato, diviene così strumento di lotta e simbolo di potenza.
La prima importante innovazione consiste nell'uso della pietra al posto del legno: a partire dalla fine del X secolo, i grandi signori feudali si fanno costruire solidi e massicci torrioni in pietra, di forma quadrata o rotonda, circondati da mura e torri.
Il torrione è insieme fortezza ed abitazione; lo si costruisce tenendo conto non della comodità ma della sicurezza che può offrire. Una sola porta, a livello del primo piano, dà accesso alla dimora: visi arriva mediante una scala in legno che può facilmente essere tolta in caso di allarme. Nell'angusta fortezza le stanze sono poche e sommariamente arredate: sgabelli, panche, tavoli, giacigli in paglia costituiscono tutto il mobilio. Le pareti, intonacate di bianco o dipinte, sono ornate di armi, bandiere, trofei di caccia. Le finestre prive di vetri, sono riparate alla meglio con canovacci, imposte o grate di legno, che difendono dalle intemperie ma non lasciano entrare la luce. La famiglia del signore vive praticamente in una sola grande "sala", dove si mangia, si dorme, si ricevono gli ospiti, e dove il signore dà udienza ai suoi vassalli e ai suoi dipendenti.
Col passar del tempo, verso il XIII secolo, intorno al torrione sorge tutto un complesso sistema di difese, come testimoniano le costruzioni superstiti e le descrizioni nella poesia (ad esempio nei racconti di Chretien de Troyes).
Questi castelli fortificati che in gran numero sorgono in Francia, in Italia, in Inghilterra e in Spagna, pur avendo qualche caratteristica diversa a seconda del luogo e del tempo in cui vengono costruiti, si assomigliano un po' tutti, perché i loro elementi di base sono gli stessi.
In genere il castello sorge in una posizione elevata, su una collina o uno sperone di roccia, così che il feudatario può controllare e dominare un vasto spazio intorno. Vi sono però anche castelli costruiti in zone di pianura, all'incrocio di qualche via di comunicazione, o nelle vicinanze di un corso d'acqua, elemento indispensabile in caso d'assedio.

Le abitazioni dei contadini
All'esterno della corte, in uno spazio che talvolta è delimitato da una seconda palizzata, si raggruppa il piccolo villaggio. Se modesta è la dimora del signore, ancor più modeste sono le case dei contadini: si tratta in realtà di povere capanne fatte di terra, fango e paglia, il cui tetto, anch'esso di paglia, è sostenuto da rami e frasche. Questi tuguri non hanno finestre: l'unica apertura è la porta, attraverso la quale entra l'aria e la luce ed esce il fumo; il fuoco, non essendoci il camino, si accende su lastre di ferro poste sul pavimento; il mobilio si riduce ad un tavolo mal squadrato, una cassapanca e una giaciglio di paglia.
In queste casupole vivono i servi del signore: i contadini che lavorano la sua terra; alcuni artigiani che costruiscono armi e grossi carri per uso di guerra, ma anche strumenti per i lavori agricoli e i carpentieri che riparano, quando è necessario, la dimora del signore. Si tratta, evidentemente, di un'attività molto modesta e rudimentale, che è però indispensabile alla vita quotidiana del villaggio, come a quella del castello.
Nel piccolo agglomerato di case vi è anche la fontana, il lavatoio, la cappella privata dei baroni -che, alla domenica, si apre agli abitanti del villaggio- ed il forno e il torchio, di proprietà del signore, che i contadini hanno l'obbligo di usare, dietro il pagamento di un modesto tributo, per cuocere il pane e pigiare l'uva.
Castello e villaggio appaiono fin da ora legati l'uno all'altro: il castello dà alla gente del villaggio protezione e aiuto ed il feudatario ha bisogno della manodopera dei contadini per coltivare i suoi vasti poderi e per soddisfare le sue esigenze.

Tipi di castelli

Ci sono due tipi di castelli: il primo tipo non ha un mastio, ha un grande cortile centrale e le stanze del signore e la cappella sono nel cortile o nelle mura. Il secondo è composto dal mastio al centro con una o più mura intorno.
Ma come e con che materiali venivano costruiti questi castelli?
In genere essi erano progettati da veri e propri architetti, talvolta anche molto famosi e provenienti da lontano, mentre la maggior parte delle volte la manodopera era fornita gratuitamente dagli abitanti della zona come corvee dovuta al loro signore, coordinati da abili artigiani: vi lavoravano carpentieri, falegnami, fabbri, scalpellini…
Le tecnologie usate erano piuttosto semplici: i muri in pietra venivano realizzati a secco e cementati con malta, le palizzate in legno erano infisse nel terreno oppure in una fondazione in pietra…
Le mura di cinta erano costruite in genere da due strati di blocchi di pietra tra i quali si trovava uno strato di pietrisco e malta.
Le mura degli edifici erano solitamente molto spesse alla base, dove potevano raggiungere anche i 3 o 4 metri, e si andavano assottigliando man mano che si saliva in altezza.
Per quanto riguarda i materiali usati per la costruzione, essi variavano molto a seconda della zona, per influenze culturali e disponibilità locale. Alcuni materiali sono tuttavia sempre presenti e uno di questi è la pietra.
Nei primi castelli, prima del X secolo, l’uso della pietra non era molto diffuso. Per le murature si usavano blocchi di pietra privi di lavorazione e talvolta anche ciottoli di fiume, legati con malta di cattiva qualità.
Dopo l’XI secolo l’uso della pietra divenne più comune, in particolare in Italia, dove le murature in pietra si diffusero prima che negli altri paesi europei. Si usavano soprattutto pietre locali, come tufo, arenaria, calcare, a seconda della zona. Talvolta si alternavano diversi tipi di pietra e mattoni per ottenere un effetto decorativo.
Se il trasporto della pietra da cave lontane era troppo difficile e costoso talvolta si costruivano in pietra i primi metri del muro di cinta e il cammino di ronda, mentre per le parti centrali si utilizzava terra del luogo compattata. Intorno al 1200 questo tipo di muratura, piuttosto debole, scomparve perché si cercarono di costruire castelli ben protetti, tanto da risultare quasi inespugnabili.
Un altro materiale quasi sempre presente nella costruzione dei castelli era il legno.
Esso era il componente principale dei primi castelli: in legno erano spesso le torri, le piattaforme, i merli, le caditoie, le strutture interne e le palizzate di protezione.
In questo periodo il legno era molto usato nel nord Italia, dove c’era una gran disponibilità di boschi, meno al sud e pochissimo nel centro Italia, dove era invece molto comune il tufo.
Durante il basso Medioevo, anche a seguito dell’uso sempre più diffuso di proiettili incendiari e al maggiore costo del legname dei boschi già molto sfruttati, il legno venne progressivamente sostituito dal mattone e dalla pietra.
Dopo il XIII secolo esso era praticamente usato solo per strutture interne come scale, solai e soppalchi, per tettoie e per il coronamento delle torri.
Venivano utilizzati diversi tipi di legno, a seconda delle disponibilità del luogo. I più usati erano abete, pino, rovere, olmo, noce, ontano…
Nei castelli più antichi l’uso del mattone era relegato quasi esclusivamente al coronamento delle torri, al rivestimento delle parti interne e ad alcuni effetti decorativi.
A partire dal XII secolo invece esso conobbe una grande diffusione, fino a diventare il materiale più utilizzato, dalle murature alle volte, dai merli e al coronamento delle torri.
L’uso della terra, frequente nei primi castelli a protezione della palizzata in legno e, come detto in precedenza, per le mura quando si aveva carenza di pietra, scomparve quasi completamente nel XIII secolo, per poi ritornare nel 1500 a protezione delle mura in pietra dai colpi di cannone.
Parallelamente al crescente uso della pietra e del mattone durante il basso Medioevo si ha anche un miglioramento dei leganti utilizzati: si passa da malte di bassa qualità a leganti più resistenti, mischiati a volte a cocciopesto. La calce veniva fatta arrivare anche da abbastanza lontano e la sua percentuale nella malta variava a seconda del materiale usato per la muratura.
Talvolta la malta, costituita con acqua, calce, sabbia e a volte ghiaia, veniva ulteriormente rinforzata con l’aggiunta di grasso animale, cera o resina.
I tetti erano in genere coperti con tegole, pozzolana o legno, a seconda della zona, e sopra di essi poteva essere applicato uno strato di pece come impermeabilizzante.
Le cisterne per l’acqua, costruite in genere in pietra o in muratura e sormontate da volte a botte, venivano invece impermeabilizzate con calce e malta e talvolta erano anche munite di filtri per la purificazione dell’acqua piovana.
A volte sulle mura veniva applicato uno strato di intonaco, bianco o colorato, come effetto decorativo.
Il trasporto era molto costoso e per questo i materiali venivano generalmente reperiti in loco o da cave vicine, ma non è raro qualche caso in cui esso era fatto arrivare anche da molto lontano per poter creare particolare effetti estetici.
Non sempre il materiale usato era nuovo: talvolta infatti si utilizzavano materiali provenienti da costruzione in rovina, come vecchie mura romane ed etrusche o edifici in demolizione.
Per il legno si utilizzavano a volte vecchie botti o fasciame di navi in disuso.








Disegno e articolazione

La scelta della pianta era spesso dettata dal terreno: in montagna la conformazione irregolare è la regola, perché di solito imposta dalla necessità di seguire i contorni della roccia naturale, con le minori correzioni possibili. In pianura, invece, i condizionamenti potevano provenire dalle preesistenze murarie o, nelle città, da considerazioni di tipo fondiario. La pianta più diffusa, perché più razionale, è quella quadrilatera. Piante triangolari o circolari sono rarissime perché le torri angolari non possono esercitare il migliore fiancheggiamento. La pianta a sei od otto lati sarebbe probabilmente la migliore, ma evidentemente l'aumento dei costi di costruzione ne sconsigliava l'uso (l'unico esempio europeo di pianta ottagonale completa è Castel del Monte (BA).

Impostazione geometrica della pianta





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TRIANGOLO

Caerlaverock, Scozia.

Caerlaverock si è ben conservato. Costruito nel XIII secolo in mattone rosso ha la pianta triangolare ed è circondato da un fossato. All'interno sono ben conservati gli splendidi caminetti rinascimentali. Dietro sono state ritrovate le rovine del primo e più vecchio castello.
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CERCHIO

Castello Bellver a Maiorca.

Su una collina alla periferia di Palma, a 112 metri sul livello del mare e con una splendida vista sulla città e la sua baia, si erge il Castello di Bellver, l'unico in Spagna a pianta circolare.
Fatto costruire da re Jaume II per la sua corte sui resti della costruzione araba del Puig de la Mesquita, fu ultimato nel 1310.
Delle sue quattro torri, la più famosa è la Torre del Homenatje, che al suo interno ospita L'Olla, l'antica prigione interna. Il cortile interno è anch'esso circolare ed
è totalmente circondato da un'arcata gotica di 21 elementi.
Nel 1976, all'interno del Castello è stato creato il Museo della Storia della Città che, in cinque stanze, ripercorre tutta la storia di Palma di Maiorca, dall'età del bronzo fino ad oggi.
Impostazione geometrica dell’edificato


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QUADRATO

Trim, Co. Meath, Irlanda.

Castello di Trim, il più grande castello anglo-normanno d'Irlanda, fu costruito nel corso di un periodo trentennale.
La costruzione dell'imponente torrione a tre piani, ovvero la roccaforte centrale del castello, ebbe inizio intorno al 1176 sul luogo in cui si trovava un'antica fortezza di legno. Questa torre maestosa, di forma cruciforme, era protetta da una trincea, da una cortina muraria e da un fossato.
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ESAGONO

Raglan, UK

Fu l’ultimo castello medievale costruito in Gran Bretagna.
Raglan Castle è un castello tardo medioevale situato appena a nord del villaggio di Raglan nella contea di Monmouthshire nel sud-est del Galles. Venne costruito nel XII secolo ma le rovine visibili oggi risalgono ad una costruzione del XV secolo e anni seguenti. Il massimo livello di potenza e splendore del castello si ebbe dal XV al XVI secolo quando fu residenza-fortezza dell'eminente famiglia degli Herbert. La sua distruzione portò al termine del più lungo assedio della guerra civile inglese.
L'attuale castello venne costruito nel 1435.
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OTTAGONO

Castel del Monte, BA .

Quando l'imperatore Federico II fece costruire questo castello in provincia di Bari nel 13 ° secolo, lo intrinse di significato simbolico, la precisione matematica ed astronomica della disposizione e della forma perfettamente regolare. Un pezzo unico di architettura militare medievale, Castel del Monte è una miscela riuscita di elementi dell'antichità classica, l'Oriente islamico e nord europeo gotico cistercense.
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Direzionalità delle difese – castelli orientati
Con una certa frequenza si incontrano castelli con le difese orientate verso la direzione d'approccio ritenuta più pericolosa.
Franchimont, Francia

Casola Valsenio, RA









L’ARCHITETTURA DEI CASTELLI MEDIEVALI
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Introduzione

Il castello ha caratterizzato per secoli la storia medioevale, subendo nel tempo profonde trasformazioni che ne hanno mutato l’aspetto e le funzioni. I primi castelli del IX secolo sono molto lontani dall’immaginario comune per cui pensiamo a ricche residenze “da favola”, in realtà si trattava di semplici e rudimentali costruzioni fortificate, il cui fulcro era un possente torrione centrale, localizzate su alture ancora realizzate in legno o terra battuta, il cui unico scopo era difensivo; solo più tardi, intorno alla fine del X secolo, si cominciarono ad utilizzare materiali da costruzione più resistenti, come la pietra o i mattoni, che resero i castelli sempre più sicuri e adatti alla loro funzione principale di controllo del territorio circostante.

Il termine castello ha origine dalla parola latina castrum che indicava già in epoca romana un luogo fortificato; i castelli sorgevano su luoghi naturalmente difendibili, ma se il territorio non presentava alture adatte, si realizzavano collinette artificiali chiamate motte su cui costruire le opere di difesa. La motte è un monticello rialzato di terra, come una piccola collina, solitamente artificiale, ed è sormontato da una struttura di //legno// o di //pietra//. La terra per il monticello viene presa da una fossato, scavato intorno alla motte o intorno all' intero castello. La superficie esterna del monticello può essere ricoperta di //argilla// o rinforzata con supporti di legno.

I castelli medievali presentavano degli elementi caratteristici, che pur soggetti a cambiamenti nel corso dei secoli, hanno sempre rappresentato delle costanti architettoniche.


Architettura

All’esterno, il primo ostacolo che incontrava chiunque avesse tentato l’assalto, era il fossato:

spesso i castelli erano circondati da fossati, che potevano essere o colmi d'acqua (celebre è il Castello degli Este a Ferrara, alimentato dall'acqua del Po) oppure semplici fossi. Il fossato impediva al nemico di attaccare le torri dal basso cercando di farle crollare e permetteva di mantenerlo ad una distanza tale da essere colpito con frecce. Poteva essere superato tramite ponti fissi in muratura o ponti levatoi in legno, i quali venivano sollevati in caso di attacco impedendo alla fanteria di colpire direttamente gli ingressi e anche di raggiungerli.



A volte l’accesso poteva avvenite solo tramite un ponte levatoio: era una costruzione in legno o in ferro che consentiva il passaggio da una parte all’altra del fossato, veniva alzato e abbassato mediante travi manovrate dall’interno del castello.


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In prossimità di esso sorgeva la saracinesca: la saracinesca è una //griglia// o un //cancello// fatta di legno, metallo o di una combinazione dei due. Le saracinesche erano utili per la fortificazione delle entrate di molti //castelli// //medievali//, fungendo da ultima linea di difesa durante un attacco o un //assedio//. Ogni saracinesca veniva montata in guide verticali nelle mura del castello, e poteva venire alzata o abbassata velocemente tramite l'uso di //catene// o //corde// attaccate ad un //verricello// interno.

Spesso venivano utilizzate due saracinesche per l'entrata principale. La più vicina all'interno veniva chiusa per prima, seguita dall'altra. In questo modo si poteva intrappolare il nemico facendogli cadere addosso legno in fiamme, sabbia rovente o altro tramite l'uso di //buche assassine//. L'uso di olio bollente è un mito; era troppo prezioso e raro per essere sprecato, e spesso gli si preferivano acqua e sabbia. Spesso le mura del castello erano dotate di //feritoie// per tenere lontano dalla saracinesca gli assalitori.

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Al di là del fossato si ergevano le mura, che col tempo andarono a sostituire le palizzate protettive dei primitivi castelli.

La cinta muraria talvolta costituiva l’elemento di difesa più impressionante, primo elemento difensivo di una città, la cerchia urbana consiste in una muratura fortificata, di varia forma e spessore, che circonda l’abitato e consente eccezionali raggruppamenti di truppe al suo interno.
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Rappresenta, inoltre, un elemento ornamentale in tempo di pace ed un valido strumento di salvaguardia in tempo di guerra, ma anche un impaccio per lo svolgimento della vita normale, in

quanto se le porte di accesso alla città, distribuite lungo il suo perimetro, restano aperte a nulla giova la protezione offerta dalle sue mura, mentre se sono chiuse rendono l’abitato molto simile ad un carcere. Frequente nell’Europa e nell’Italia settentrionale piuttosto che in quella meridionale, la cerchia urbana ha varie origini ed una storia frammentaria che la vede, dopo i validi esempi antichi, decadere dal X al XII secolo, essere nuovamente reintrodotta nel XIII e XIV secolo, grazie allo sviluppo dei Comuni e alla loro progressiva trasformazione in Signorie, e giungere, infine, sino al pieno Rinascimento.

La presenza della cerchia urbana è attestata già nel corso del III e IV secolo, quando, di fronte alle ripetute penetrazioni barbariche, le città dell’Occidente romanizzato ancora efficienti e, soprattutto, ubicate in posizione strategica nel territorio, si dotano di questa prima ed imponente opera di fortificazione, assente, generalmente, solo laddove il ciclo vitale del centro si è ormai esaurito.

Durante l’invasione longobarda la presenza di una cerchia urbana è ritenuta talmente necessaria da indurre i devastatori delle città che oppongono resistenza a cominciare i lavori di ricostruzione, a conquista avvenuta, proprio a partire da tale manufatto e a sottoporlo a continua ed accorta vigilanza.

All’inizio dell’XI secolo cerchia murate delimitano la maggior parte delle città italiane, rafforzate gradualmente in relazione alle lotte in cui vengono coinvolte, tra la fine del secolo e l’inizio del XII, la loro configurazione non appare più idonea a contenere la popolazione che affluisce dalle campagne e sorge la necessità di ampliare gli antichi circuiti per poter includere i sobborghi nati in periferia. Si assiste, dunque, alla trasformazione dei manufatti e dei procedimenti costruttivi molto modesti del primo Medioevo in opere fortificate in grado di garantire la sicurezza all'intero contado, mediante l'integrazione con una serie di torri o di campanili di sorveglianza che, in caso di avvistamento del nemico, vengono illuminati da uno o più falò di segnalazione.

La fine del ricorso alla cerchia urbana comincia nel XVI secolo con la cimatura delle torri tardomedievali o di quelle ancora visibili all'interno della città, troppo esposte al tiro, pericolose in caso di crollo e ormai inutili per dominare cortine murarie che nessuno tenta più di scavalcare senza averle prima sbrecciate con il fuoco, da lontano, o //minate// da sottoterra.

Le cinte murarie erano merlate o dentellate alla sommità.





I merli erano e sono tutt’ora un elemento tipico dell'architettura militare medievale.

Si tratta di ciascuno dei rialzi in muratura eretti a intervalli regolari che coronano le mura perimetrali di castelli, torri difensive, palazzi, ecc. L'insieme dei merli viene detto merlatura.

La loro funzione principale era di "difesa passiva", proteggere cioè gli assediati dal lancio delle frecce e per contrattaccare garantendosi un certo riparo, fungevano anche da "difesa attiva" difatti potevano all'occorrenza essere scalzati precipitando sugli assedianti che tentavano la scalata alle mura o che si assiepavano dinnanzi alle porte.

Nell'edilizia medievale si distinguono tradizionalmente i cosiddetti merli //guelfi// o //ghibellini//.
- I merli guelfi hanno la sommità squadrata

- I merli ghibellini hanno la sommità "a coda di rondine". 14.jpg
L'uso della merlatura nell'epoca delle armi da fuoco divenne puramente decorativo, ed ebbe un revival nell'Ottocento nel periodo romantico-neogotico.

Le mura erano intervallate regolarmente datorriper le guarnigioni; i tratti delle mura limitati dalle torri erano chiamate cortine. Qui potevano essere alloggiatecatapulteper lanciare pietre o vere e proprie “palle di fuoco”, mentre alle loro spalle era ilcamminamento di rondaper le sentinelle che vigilavo il castello.





Un cammino di rondaè un camminamento rialzato nascosto dietro alla merlatura di un castello.15.jpg

Nelle prime fortificazioni, le alte mura dei castelli erano difficoltose da proteggere da terra. Il cammino di ronda fu inventato come passaggio che permetteva ai soldati di controllare il circondario dall'alto delle mura, protetti dall'esterno tramite una merlatura o un parapetto, garantendo una posizione di vantaggio sugli assalitori e facilitando il lancio di frecce o oggetti.

Frequenti erano le aperture diferitoie, finestre strette all’esterno e più ampie all’interno attraverso le quali si scagliavano frecce al riparo dai colpi nemici.



La feritoia è un'apertura presente nelle mura delle fortificazioni (ma anche, in senso più generale, nei veicoli blindati) pensata per colpire il nemico rimanendo al riparo.
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Generalmente le feritoie sono caratterizzate da una stretta fessura, verticale, orizzontale o a forma di croce, che progressivamente si allarga verso l'interno allo scopo di permettere sufficiente spazio di manovra al tiratore che la utilizza. Dato il tipico spessore delle mura, infatti, non sarebbe altrimenti possibile ruotare lateralmente o inclinarsi verticalmente per tenere sotto tiro una vasta area esterna.

Allo sviluppo delle armi da lancio durante il medioevo corrispose la diffusione della feritoia che affiancò le caditoie non più in grado di assicurare un'adeguata difesa. Grazie a questa fenditura gli assediati avevano la possibilità di colpire il nemico anche a distanza con archi e balestre senza esporsi.

Inizialmente le feritoie erano spesso usate anche ai piani inferiori, più vicine al terreno, ma in seguito si capì che la loro presenza alla base della fortificazione suggeriva chiaramente al nemico l'esistenza di punti deboli causati dal corrispondente assottigliamento delle mura. In questo modo agli assedianti veniva implicitamente indicato il luogo dove scavare gallerie sotterranee fino alle fondamenta della fortificazione, con l'intento di far crollare le mura stesse (tecnica della mina).

Con l'avvento delle armi da fuoco le feritoie rettangolari vennero sostituite da quelle a forma circolare più adatte ad archibugi e moschetti.

In epoca più recente le feritoie hanno dato il loro contributo alla difesa di bunker e fortificazioni moderne offrendo protezione alle mitragliatrici di posizione o, su scala maggiore, ad artiglierie più pesanti.



Superate le mura, si entrava nel cuore del castello, ovvero la corte, suddivisa in alta e bassa: nella bassa corte c’erano le modeste abitazioni dei contadini, e tutti gli edifici indispensabili alla vita del borgo, il forno, il mulino, le botteghe artigiane, la cappella, le stalle e i granai; nell’alta corte invece risiedeva il signore con la sua famiglia e alloggiavano i cavalieri e le guardie del castello.


Qui era costruito il fulcro dell’intero villaggio, il possente torrione fortificato, noto anche come mastio o dongione: l maschio o mastio è una torre, comune nei castelli medievali, caratterizzata da un'altezza superiore alle altre. Nel mastio si trovava il centro nevralgico della struttura ed era usato come ultima difesa in caso di attacco: l'accesso alla torre non era infatti diretto, ma richiedeva l'attraversamento di alcune aree dell'edificio esposte al fuoco proveniente dalle fenditure dal mastio stesso.
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A differenza del dongione, il mastio non era progettato come residenza stabile, ma poteva essere ugualmente abitato.
Simile al mastio è il cassero, che però nasceva esclusivamente per fini difensivi e non consentiva l'abitazione.




LE STANZE DEL CASTELLO MEDIEVALE

Nel IX secolo la dimora dei grandi signori non è ancora il castello , ma una casa, più o meno vasta e più o meno lussuosa, che si innalzava al centro delle proprietà con attorno le casupole dei servi, le stalle, i granai e tutto quanto poteva servire alla vita della comunità.

Con l’aumentare delle scorribande e incursioni e delle lotte per il potere fra signori confinanti nasce l’esigenza di proteggersi per resistere alle razzie e sopravvivere agli assalti dei nemici.

I primi castelli fortificati sono delle semplici torri di legno con attorno dei fossati scavati e riempiti se possibile di acqua o rinforzati con pali appuntiti.18.png
Nel corso del X e XI secolo con l’infuriare delle guerre private all’interno del mondo feudale, i castelli si moltiplicano di numero e diventano sia rifugio fortificato che strumento di lotta che simbolo di potere.

Al posto del legno si inizia ad usare la pietra che consente costruzioni più solide e sicure ma più costose e lente nell’esecuzione dei lavori.; un po’ alla volta i torrioni vengono poi circondati e cinti da mura e torri che li proteggono ulteriormente dagli assalti dei nemici.


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Sempre più spesso il castello sorge in posizione elevata, su un colle o su uno sperone roccioso per dominare il panorama ed avere vista sul territorio circostante ma soprattutto per essere più facilmente difendibile.
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La parte più importante del castello è il torrione o “mastio”. Esso è sia fortezza che abitazione per cui non ci sono molte comodità in quanto la cosa principale è sopravvivere riparandosi da attacchi nemici; è la dimora del signore ed è la zona più interna e sicura; generalmente di forma rotonda, vi si accede da una porta fortificata o anche attraversando un fossato circondato ancora da mura interne.








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Il signore occupa il mastio con la sua famiglia vivendo in poche stanze,che sono di dimensioni ridotte e sono arredate in modo semplice con sgabelli, tavoli e cassapanche; le pareti sono grezze ed intonacate di bianco e sono adornate con armi e trofei di guerra o di caccia.


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Le finestre per maggior sicurezza sono piccole e rese sicure dall’entrata del nemico con inferriate ma per molto tempo vengono chiuse utilizzando pesanti stracci che proteggono poco dal freddo e non fanno passare molta luce per cui si vive quasi al buio o alla luce dei camini, di torce o lampade ad olio.


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Di solito c’era una sala più grande adibita a riunioni, banchetti, ricevimenti che era adornata con cimeli, stemmi e trofei ed era riscaldata da un grande camino.

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Al pianterreno c’erano i magazzini, le stalle e le stanze per le guarnigioni che proteggevano il signore; il cortile interno era usato anche come piazza d’armi o per esercitazioni militaresche.

Nel cortile interno si trovavano i magazzini per i viveri e le stalle, gli alloggi dei servi e delle guardie, talvolta anche qualche artigiano (maniscalco, fabbro, carpentiere) e in qualcuno una cappella per le funzioni religiose.
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A partire dal XIII secolo molti signori feudali incominciano ad esigere anche comodità ed estetica nelle loro fortezze e le stanze si sviluppano su più piani: al piano terra c’è la sala per ricevere ospiti, dare udienza ed amministrare la giustizia,


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mentre al piano superiore vi sono le camere da letto del signore e della sua famiglia,
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Più sopra ancora in zona separata le camere della servitù.

Sopra tutto questo al culmine e nel punto più alto vi sono le sentinelle che sfruttando l’altezza del torrione scrutano i territori e vigilano sulla sicurezza del nobile.

Le pavimentazioni migliorano e si adattano all’uso delle stanze: di pietra, creta o terracotta i pavimenti del piano terra dove c’era più passaggio ed afflusso di gente, mentre per pavimentare i piani superiori vengono utilizzati legno e tappeti.
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Con il passare del tempo i castelli diventano sempre più comodi, sfarzosi e luoghi di lusso per i signori che dimostrano così anche la loro ricchezza, cultura e potere.

Curiosità e Misteri

Castel San Nicolò

In questo magnifico castello del Casentino si trova questa coppia di nicchie sovrapposte e comunicanti, per entrambe le quali era prevista una sportellatura. Inoltre sulla destra c'è un sistema di comunicazioni aggiuntivo. L'ipotesi migliore è che si possa trattare di una sorta di effetto speciale medievale: a sportelli chiusi e in condizioni di scarsa illuminazione una persona nascosta poteva aprire la nicchia superiore e far apparire una "testa parlante" con suggestioni magiche, religiose o quant'altro. L'idea è stata suggerita dalla leggenda nera della testa dei Templari.


Predisposizioni igieniche

I servizi erano sempre provvisti una piccola apertura ai lati per l'illuminazione e per un cambiamento d'aria costante. Oltre alle aperture laterali si possono trovare dei camini che facevano salire verso l'alto e uscire i cattivi odori. La persona si sedeva su una lastra in pietra o legno, che aveva un foro nel quale andavano tutti i bisogni. In certi castelli si usavano delle odierne “tavolette”, in paglia o vimini intrecciato, che servivano a separare la persona dalla lastra, che era inevitabilmente molto scomoda.

Mestieri Medievali
Il Giullare

Con il termine giullare si identificano tutti quelli artisti, che uniscono la cultura di corte con quella popolare. Per guadagnarsi da vivere si esibivano in pubblico con spettacoli, che facevano divertire la folla. Questi giullari erano per esempio attori, cantanti, ballerini, acrobati e molte volte facevano della satira politica oppure in campo ecclesiastico davanti alle chiese o nelle piazze più grandi di una città. Erano la prima forma per diffondere notizie, cantando oppure mimando.

I giullari erano chiamati a corte oppure a banchetti importanti, per intrattenere gli ospiti e farli divertire. Oltre ai giullari spicca la figura del trovatore, un nobile fuggiasco dalla Francia meridionale, che si esibiva nelle corti come poeta.

I giullari si distinguono in base al luogo in cui venivano chiamati, perché quelli che si trovavano nelle corti erano artisti fissi e non girovaghi e di conseguenza dovevano adattare il loro spettacolo al pubblico e all’ambiente in cui si esibivano. Dopo questa distinzione c’era la differenza di linguaggio e di spettacoli che essi eseguivano. I giullari che facevano contorsionismo erano condannati dalla chiesa perché contro le leggi di Dio, e quelli che venivano appoggiati dall’ecclesia cantavano le storie sui santi e sui libri sacri (testi degli Evangelisti e Bibbia).

I giullari erano facilmente riconoscibili grazie al loro abbigliamento sgargiante. Erano preannunciati alla folla, proprio come i lebbrosi o le prostitute, con strumenti a fiato o campanacci, che oltre ad avvisare la gente, la attirava nelle piazze per gli spettacoli. L’abito era a strisce verticali con tanti colori, simboleggiava il diabolico, il disordine, un personaggio folle diverso da tutti e unico nel suo genere. Rispetto ai vestiti monocromatici della popolazione per bene era una sorta di esternazione della propria follia.

Ad un certo punto della storia la Chiesa di Roma condanna tutti gli spettacoli e le rappresentazioni che mettono in ridicolo le sue affermazioni e facendo traballare il suo prestigio. L’ecclesia per punirli li relegò ai margini della società, facendoli diventare dei veri e propri emarginati. I loro spettacoli erano minatori per il pensiero cristiano e leggi venivano completamente ignorate, di conseguenza i giullari potevano esprimersi senza nessuno che li fermasse, se non la Chiesa romana in un secondo momento.
Il trovatore

Era un’artista che era specializzato in opere liriche, le quali erano scritte in una lingua della Francia meridionale o della zona della Loira. Non erano girovaghi, ma si stanziavano per un lungo periodo approfittando della protezione di nobili. Altri invece giravano tutta l'Europa cambiando diverse corte. I primi studi sulle origini di questo mestiere hanno diverse interpretazioni, che però non hanno mai avuto un consenso ufficiale. Le teorie sono molto varie e le più importanti sono undici. Questi artisti oltre a comporre eseguivano le proprie opere, mentre i joglars (esecutori) e cantaires (cantanti) suonava e cantavano quelle dei trovatori oppure canzonieri. Le canzoni erano monofoniche, cioè un unico flusso sonore viene incanalato in un unico diffusore, di solito posizionato davanti all'ascoltatore.
La Servitù della Gleba

La servitù della gleba era una forma giuridica che costringeva e legava un contadino a un terreno, che di solito era un latifondo di proprietà di un ricco nobile. Il contadino era servo della terra per nascita, e non poteva sottrarsi a questo obbligo, poiché di solito il figlio di un contadino prendeva il posto di suo padre. Non erano trattati come schiavi, perché potevano sposarsi, avere figli e possedere beni mobili. Il feudatario non aveva nessun diritto sulla vita dello schiavo, e nel momento in cui veniva venduto il terreno, doveva restare insieme a esso.
I Macellai

I macellai nel Medioevo, a causa della macellazione nelle strade, furono coloro che produssero l'inquinamento da rifiuti, e di conseguenza visti male dal resto della popolazione. Molti altri invece usarono delle spezie particolari per aumentare o mascherare il sapore vecchio della carne, provocando parecchie malattie e gravi epidemie.
I Conciatori

Questi conciatori erano il più delle volte mandati fuori dalle mura della città perché puzzavano e la popolazione si lamentava molto con il sovrano. Questa categoria svolgeva diversi compiti, tra cui: fabbricare dei componenti per il rivestimento delle selle, erano calzolai, produttori di guanti e legatori di libri. I calzolai erano solo “ingaggiati” dai nobili o dalle persone facoltose, mentre i poveri si rivolgevano ai ciabattini. I produttori di guanti utilizzavano pelli pregiate, come muschio di capra, di cervo o pelli di coniglio o pecora; mentre i pellicciai importavano pelli di animali dal nord Europa. Con lo sviluppo di autorità civili, ecclesiastiche e università si sentì il bisogno di usare la pergamena come foglio per atti ufficiali. Veniva prodotta dai conciatori, e con la sua produzione si guadagnava molto bene, perché il processo per farla era lungo e complesso.

Sitografia

//www.wikipedia.it//

//www.wikipedia.org//

//http://www.mondimedievali.net/Glossario/cortina.htm//

http://www.archeoguida.it/003661_castelli-medievali-elementi-di-architettura.html

www.arcadiaclub.com

www.gdr.leonardo.it

www.icastelli.org.



Indice


Il castello: storia e struttura..............................................................pagina 1
Costruzione e materiali dei castelli……………………………….....pagina 3
L'architettura dei castelli medievali..................................................pagina 7
Stanze del castello medievale...........................................................pagina 13
Curiosità e misteri.............................................................................pagina 20
Sitografia ………………………………………………………………pagina 22













I LONGOBARDI:
UOMINI DALLA LUNGA BARBA
Di
Viola Federica Nicole

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Gorizia,2011 2Bl
LONGOBARDI IN FRIULI VENEZIA GIULIA
Nel 554 terminò il dominio dei Goti in Italia, ma i vincitori, i Bizantini, si limitarono a presidiare militarmente gli apprestamenti difensivi principali lungo il limes e le zone costiere, arroccandosi nelle città fortificate e nei centri strategici, il più importante dei quali era il porto di Classe (Ravenna). L'Italia era aperta quindi a qualsiasi invasione e ne approfittarono nel 568 i Longobardi, che dal principio del VI sec. si erano stanziati in Pannonia.

La storia di questo popolo è avvolta nell'oscurità: si sa che i Longobardi erano oriundi dalla Scandinavia e che nel corso di successive trasmigrazioni, si erano spostati alle foci dell'Elba. Le prime notizie storiche risalgono agli inizi del I sec., quando essi appoggiarono le orde di Arminio nell'annientamento delle legioni romane di Varo (Selva di Teutoburgo). Tra il II e il VI sec. mossero prima verso sud e, seguendo il corso del Danubio, raggiunsero la Pannonia; successivamente si insediarono in Moravia e più tardi ritornarono in Pannonia come foederati dell'impero bizantino. Erano nomadi e lontani da ogni forma di civiltà; non conoscevano l'agricoltura e praticavano la pastorizia; effettuavano frequenti scorrerie, abbandonandosi alla razzia ed al saccheggio. Abitavano in rozze ed improvvisate capanne di legno, che solitamente venivano erette accanto ai carri, utilizzati nei loro continui spostamenti. Non avevano un particolare patrimonio culturale, né una precisa organizzazione politica: erano divisi in tribù e solo nel corso del V sec. si notarono le prime manifestazioni del potere centrale.

Una leggenda vorrebbe addossare a Narsete la responsabilità dell'invasione longobarda: il vecchio generale bizantino si sarebbe voluto vendicare, invitando i Longobardi a calare in Italia, della sua destituzione e sostituzione poi con Longino, nel governo della Prefettura d'Italia. I fatti invece ebbero un altro corso. Nel 539, in occasione della guerra tra Bizantini e Goti, i Longobardi si mantennero neutrali. Nel 552 i più agguerriti reparti dell'esercito di Narsete, ancora una volta impegnato contro i Goti di Totila, erano rappresentati proprio dalle truppe ausiliarie longobarde e le sorti della battaglia di Gualdo Tadino furono appunto decise dal valoroso comportamento dei Longobardi, i quali poi non ebbero alcun aiuto dai Bizantini, quando a loro volta furono coinvolti in una feroce guerra contro gli Avari. Memore dell'ingratitudine di Bisanzio, premuto dagli Avari a est e dai Franchi a nord, Alboino nella primavera del 568 si mosse dalla Pannonia con tutto il suo popolo: un'orda di oltre 300.000 persone (guerrieri, donne, bambini, anziani e schiavi) con i carriaggi, le masserizie ed una moltitudine di armenti. Dopo essersi incuneato con la forza tra i Gepidi ed averne distrutto il regno, penetrò in Italia passando da Nauporto, Prevallo e Mainizza (sotto Gorizia); occupò poi Cividale, che rappresentò la prima base operativa e dilagò nella pianura friulana senza incontrare resistenza. Il prefetto Longino non intervenne con il suo esercito e Alboino prosegui la sua marcia sommergendo la pianura veneta: Treviso, Vicenza e Verona si arresero; Cividale ed il Friuli, per premunirsi dall'offesa degli Avari, furono affidati al nipote Gisulfo, primo duca longobardo in Italia.

Completata la conquista dell'Italia nord orientale (ad esclusione dell'Istria, di Grado, di Oderzo, di Padova, di Mantova, di Cremona e di parte dell'Emilia), Alboino puntò sul Piemonte, lasciandosi alle spalle Pavia, posta in stato d'assedio. Ai primi del 569, conquistata parzialmente la Liguria, egli risalì al nord e occupò Milano (3 settembre), giorno in cui assunse il titolo di Signore d'Italia.
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Alboino morì nel 572, vittima di una congiura ordita dalla moglie, e gli successe il figlio Clefi (lui pure assassinato da uno schiavo due anni dopo), che, seminando ovunque stragi orrende, occupò quasi tutta l'Emilia e parte dell'Umbria.

Intorno all'anno 600 l'Italia era divisa tra Longobardi e Bizantini: ai primi apparteneva la Longobardia, che comprendeva il Friuli, la terraferma veneta, la Lombardia, il Piemonte, una parte dell'Emilia, la Toscana e i vasti ducati (autonomi) di Spoleto e di Benevento; ai secondi spettava la Romania, che era costituita dall'Istria, da Grado e da Oderzo, dalla laguna veneta, dall'Esarcato (Romagna e Polesine), dalla Pentapoli (le ,città di Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona), dal ducato di Perugia, dal ducato romano, dal ducato di Napoli, dall'estremo sud (parte della Calabria e della Puglia) e dalle isole (Sicilia, Sardegna e Corsica).

LE CONDIZIONI DI VITA DEI LATINI DURANTE LA DOMINAZIONE LONGOBARDA
Almeno per i primi decenni furono oltremodo penose: anche se l'occupazione non incontrò un'accanita resistenza, era sempre l'invasione di un'orda imponente di barbari in armi, seguiti dalle famiglie, privi di servizi logistici e che dovevano approvvigionarsi di tutto localmente. L'aristocrazia gentilizia romana fu messa da parte e la popolazione, già decimata dalle precedenti e luttuose guerre, dalle epidemie (la terribile pestilenza del 569 diradò ulteriormente la gente delle città e delle campagne), dalle carestie (spaventosa quella del 580) e dalle alluvioni (quella del 589 fu un autentico diluvio e la furia degli elementi fu tale, che centinaia di villaggi furono spazzati via), rimase soggetta alle pesanti requisizioni, ai soprusi e alle violenze dei Longobardi.
Le città erano spopolate: molti avevano cercato rifugio nelle campagne, ma la desolazione regnava anche nei territori un tempo fecondi di messi e che, invasi dalle acque, impaludarono, per cui la malaria si diffuse nuovamente, mietendo innumerevoli vite umane. Le grandi strade romane, scomparso l'intenso traffico con la paralisi dei commerci, erano andate in rovina assieme ai ponti, agli acquedotti ed alle altre opere pubbliche; i luoghi di culto erano disertati e diversi beni ecclesiastici furono alienati.

Con Autari (584-590) e con l'instaurazione di una politica di avvicinamento tra i due popoli, che fu continuata con maggior successo dalla regina Teodolinda, la situazione, in cui si dibatteva la popolazione latina, incominciò a mutare. Con la conversione poi al cattolicesimo (i Longobardi erano cristiani di stampo ariano), il dominio longobardo andò lentamente trasformandosi, modificando la dura e pura posizione di conquista in uno stanziamento sempre più pacifico, sfociando più tardi in legami di amicizia e di parentela.

L’ORDINAMENTO DELLO STATO LONGOBARDO E LE CLASSI SOCIALI
Il re, l'autorità suprema nell'ordine amministrativo, giudiziario e militare, veniva eletto (almeno inizialmente, poi il potere regio sarebbe divenuto ereditario) da un'assemblea di guerrieri e di liberi ed era coadiuvato, nell'esercizio delle sue funzioni, da una corte di consiglieri e di funzionari, detti gasindi.

Lo Stato era diviso in 36 ducati, retti da un duca, che dapprima era unicamente un capo militare. Presso ogni ducato, con compiti di controllo, era distaccato un rappresentante diretto del re: il gastaldo. Le campagne ed i centri minori erano governati, per conto del duca e del gastaldo, dagli sculdasci o centenari (il primario incarico dei quali era quello militare, ma avevano anche il compito di riscuotere i tributi, di far rispettare la legge e di giudicare nelle cause minori), i quali avevano alle loro dipendenze i decani (capi di dieci fare).

Alla base di questa piramide stavano le fare (formate da un gruppo di guerrieri e dai familiari di questi, nuclei imparentati tra loro), che praticamente rappresentavano piccoli presidi militari.
Le classi sociali erano quelle tipiche presso tutti i popoli di stirpe germanica: prima venivano gli adalingi (nobili e ricchi proprietari di terre, concesse loro dal re e che non potevano alienare); seguivano i liberi arimanni (guerrieri che dipendevano direttamente dal re); al di sotto stavano gli aldi (semiliberi) e, ultimi, erano i servi (che vivevano in condizioni di schiavitù e che lavorano le terre dei liberi).

L'editto di Rotari (promulgato nel 643 e che è la raccolta scritta delle consuetudini del popolo longobardo) accentuò le fratture sociali, ponendo alla base di tutto il guidrigildo, che corrispondeva al controvalore di una persona, secondo la classe di appartenenza (la vita di uno schiavo valeva quanto quella di un animale.









ARTE LONGOBARDA
Il Museo Cristiano è annesso al Duomo di Cividale e racchiude due preziose opere d'arte dell'età longobarda: l'«Altare di Ratchis» ed il «Battistero di Callisto», entrambi databili all'VIII secolo.
Sia l'altare che il battistero erano riuniti nell'antica chiesa di San Giovanni Battista posta di fronte alla cattedrale di strutta da un violento terremoto nel 1448.


L’ALTARE DI RATCHIS
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L'altare, dono munifico del duca Ratchis alla Chiesa, è in pietra del Carso e consta di un parallelepipedo composto da quattro lastre decorate
Come il tegurio (andato di certo distrutto col terremoto del 1448) anche i marmi della sacra mensa erano un tempo dipinti, come lasciano ben intendere i residui della colorazione stessa, nelle tonalità blu, bruno, giallo oro, minio.
L'opera è databile tra il 739 ed il 744, periodo in cui Ratchis resse il ducato friulano. La scultura è eseguita a rilievo appiattito, non molto profondo, con tendenza alla stilizzazione delle figure e dei motivi ornamentali.
Sulla lastra anteriore è scolpita la «Maiestas Domini». Quattro angeli dalle lunghe braccia sorreggono ed innalzano verso il cielo una mandorla, formata da una corona di paline, entro la quale è rilevato Gesù Cristo nimbato e seduto, con la mano destra alzata in atteggiamento oratorio, mentre con la sinistra stringe un rotolo, forse gli Evangeli, affiancato da due cherubini.
Sopra la testa del Cristo, interrompendo l'ovale della mandorla, è la mano del Padre, Stelle, rosette e croci, alludenti probabilmente all'empireo, completano l'iconografia della lastra riquadrata da fuseruole ed astragali di derivazione classica.
Il Cristo, giovanile ed imberbe, secondo i tipi più antichi, ha il volto piriforme-così come lo hanno tutte le altre figure che compaiono sull'altare, il naso è prolungato a forma di triangolo, gli occhi sono ovali, la bocca s'incurva sul mento,
mentre i capelli, discriminati nel mezzo, segnano la linea del volto rialzandosi poi a ricciolo sulle spalle, dalle quali scende una stola, incastonata un tempo di smalti policromi o pasta vitrea e dorature.
Sul fianco destro di chi guarda è rappresentata l'«Epifania». La Vergine, seduta su un trono e indicata da una croce sulla fronte, tiene sulle ginocchia Gesù Bambino che protende le mani nell'accettazione dei doni che recano i Re Magi.
Ma più che i tradizionali doni i tre Re sembrano offrire corone trionfali. Anche qui, secondo gli schemi dell'arte delle origini, il ripetersi dei gesti dei tre accorrenti viene interrotto dall'inchinarsi di uno di essi.
I Magi, senza distinzione di razza, con un piccolo turbante in testa, indossano una corta tunica, stretta alla vita, brache attillate, mentre le gambe sono fasciate. Un angelo, in posizione orizzontale, sovrasta i Magi ed indica con la mano destra Gesù. Dietro il trono della Vergine è posta una figura in piedi in atteggiamento di profondo raccoglimento.
Sul fianco sinistro è rappresentata la «Visitazione di Maria». Sotto due archetti, la Vergine, sempre indicata con una croce sulla fronte, abbraccia S. Elisabetta: entrambe hanno il capo coperto da un velo. Sotto il terzo archetto, continuazione dei due primi, è rilevata una palma. Ornati a treccia riquadrano la scena.
Sulla lastra posteriore sono infine scolpite due grandi croci impreziosite da rombi e quadrati, imitanti pietre preziose, e da una rosa al centro.
Sotto l'apertura delle reliquie, inscritta in un cerchio grigliato è rilevata una stella a cinque punte, stilizzazione del monogramma costantiniano. Due rosette, infine, sono poste ai lati esterni della lastra, delimitata da fuseruole e trecce a quatto capi. Manca la quinta lastra che formava il piano superiore della sacra mensa.


Il Tempietto Longobardo
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Scendendo per l'antico e caratteristico borgo Brossana, posto sulla riva destra del fiume Natisone, dopo aver percorso una breve e suggestiva stradetta pensile, si giunge alla chiesuola di Santa Maria in Valle, comunemente nota come «Tempietto longobardo». Una tenace tradizione locale ascrive la sua erezione, avvenuta nell'anno 762 unitamente a quella di un monastero benedettino che le sorgeva accanto ad una «regma» longobarda di nome Piltrude.
La sua origine e la sua destinazione sono comunque ancora da chiarire, ma è assai probabile che la costruzione dell'edificio sacro, iniziata in epoca longobarda e presumibilmente al tempo di re Desiderio, sia stata portata a termine nella successiva epoca carolingia si da formare come è stato notato una specie di «ponte» tra le espressioni artistiche delle due civiltà.
Sappiamo che la chiesuola subì gravissimi danni a causa di un terremoto che, nel 1222, sconvolse l'intera regione e fu abbandonata dalle benedettine che si portarono, per le loro pratiche religiose, nella limitrofa chiesa di S. Giovanni in Valle.
Quando nel 1242 si rinvennero casualmente nel suo interno sante reliquie, Santa Maria era in completo abbandono e senza più il tetto.
Fu proprio quel ritrovamento ad indurre le monache a por mano alla sua riedificazione portata a termine nel 1250.
Restauri parziali si ebbero ancora tra il XIV ed il XVI secolo. Dopo il sisma del 1976 il «Tempietto» è stato sottoposto ad un accurato e razionale restauro conservativo da parte della Sopraintendenza per i Beni Culturali del Friuli Venezia Giulia in collaborazione con l'Amministrazione Comunale.


PAOLO DIACONO
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Paolo Diacono(Cividale 720), storico e poeta longobardo di espressione latina, di nobile famiglia longobarda, è stato prima monaco nel convento di Civate presso Como, poi di Montecassino.

Scrisse l’Historia Langobardorum tra il 787 e 789, nella abbazia di Montecassino nei due anni successivi al ritorno dalla Francia dopo aver ricoperto il ruolo di grammatico presso la corte di Carlo Magno. È suddivisa in sei libri ed è tratta della storia del popolo Longobardo e dalle origini. La Historia è scritta in un latino di tipo monastico, si basa su opere precedenti di vari scrittori ed è un misto di prosa e poesia. Fu scritta nella Abbazia di Montecassino dopo aver ricoperto il ruolo di grammatico presso la corte di Carlo Magno. La storia descrive l'intreccio delle relazioni fra i Longobardi, i Franchi, i Bizantini ed il Papato. La narrazione della storia si può suddividere in due fasi, la prima lineare, descrive le vicende del popolo prima dell'entrata in Italia, un popolo che si muove per territori come se si preparasse all'arrivo in una Terra Promessa, il secondo, descrive come si integravano nei territori e come interagivano con le persone. Dal punto di vista storico è un'opera importante e molto studiata, dato che è una delle pochissime fonti in cui si affronta il passaggio in Italia dalla civiltà romana a quella .

ERRORI

Seppur ritenuta importantissima come fonte, l'opera contiene alcuni errori cronologici e presenta in alcuni punti anche alcune incongruenze. Questa vicenda viene ritenuta una leggenda dagli storici moderni, che attribuiscono l’arrivo dei Longobardi alla pressione esercitata dagli Avari verso la Pannonia e non a un improbabile tradimento del generale bizantino. Nel Libro III Paolo narra che Autari, giunto nel sud Italia, arrivò fino allo stretto di Messina, toccando una colonna e affermando che fin lì si sarebbero estesi i confini dei Longobardi. Anche ciò viene ritenuto una leggenda.
Comunque errori di questo tipo non sono rari nelle cronache di quell'epoca, e considerando l'epoca in cui fu scritta, la Storia dei Longobardi di Paolo Diacono è sicuramente una fonte attendibile. Anzi dal punto di vista storico, è un'opera importantissima e molto studiata, dato che è una delle pochissime fonti in cui si affronta il passaggio traumatico in Italia dalla civiltà romana a quella barbarica.


SCAVI ARCHEOLOGICI


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Il 21 aprile, una quindicina di nuove tombe longobarde, che vanno ad aggiungersi alle altre 250 rinvenute finora nel corso delle 6 precedenti campagne di scavo attuate dal 1986 ad oggi, sono venute alla luce nella necropoli in località San Giorgio di via Molino a Romans d'Isonzo. I lavori di scavo. Dopo il loro rinvenimento, solamente alcune delle nuove tombe sono state al momento ispezionate.

Era il giugno di 25 anni fa quando da un cumulo di terra, in località San Giorgio, emerse uno spadone arrugginito. La zona venne sottoposta a un serie di ispezioni e così venne alla luce la necropoli, che apparve subito di vaste proporzioni e la cui area perimetrale non è stata ancora del tutto delimitata. Vennero effettuate negli anni successivi diverse campagne di scavo. Numerosi furono i reperti trovati che andarono ad arricchire la collezione museale legata ai Longobardi. Dopo il loro rinvenimento, solamente alcune delle nuove tombe sono state al momento ispezionate e hanno regalato alcuni significativi corredi. In una, infatti, è emerso un coltello, sistemato a fianco del braccio destro del defunto. Un'altra sepoltura ha fatto emergere i resti di una ciotola, che probabilmente conteneva del cibo, nel rispetto delle usanze pagane del popolo longobardo, che accanto al defunto ponevano degli alimenti, affinché potesse alimentarsi nell'aldilà. Successivamente verranno portate alla luce le altre tombe per verificare la presenza di altri oggetti legati al periodo longobardo in modo da poter ricostruire in modo più preciso la storia dei Longobardi sul nostro territorio e l'importanza della necropoli. Alcuni scavi vennero seguiti con molto interesse ,infatti vennero realizzate negli anni scorsi delle mostre sui reperti raccolti fino ad oggi a Romans. La necropoli longobarda, venne casualmente alla luce nel 1986 ed è considerata come una delle più vaste d'Italia. La presenza della necropoli comunque sta a testimoniare come i Longobardi fossero ben presenti a Romans ritenendolo un centro importante, sulla via di comunicazione tra Aquileia e Cividale, allora sede ducale longobarda. In sei campagne di scavo sono emerse 250 tombe, tutte rivolte verso il sorgere del sole, come tradizione dei longobardi. Altre trenta tombe sono emerse nella campagna del 2007. Da queste sepolture sono emersi monili, fibule metalliche, spade, coltelli, cuspidi di lancia e freccia, scudi, resti umani di uomini, donne, bambini. Questa gente appartenevano alle prime genti longobarde immigrate nel 586 dalla pianura ungherese a quella friulana.
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A poca distanza da Romans d’ Isonzo, è emersa dalla terra un’ antica fornace lungo il tracciato del metanodotto. La struttura rettangolare, chiaramente distinguibile, è situata nel bel mezzo di un campo.
La fornace potrebbe infatti essere stata costruita tanto nell’ antichità quanto in tempi molto più recenti, potrebbe anche risalire al Rinascimento. La zona della fornace veniva utilizzata come cantiere. Per ora non sono emersi reperti che consentano di identificare il periodo in cui la fornace fu realizzata, soltanto dopo lo svuotamento della struttura probabilmente si saprà dare una risposta a questa domanda.



SITOGRAFIA:
www.lombardiabeniculturali.it
www.wikipedia.com
www.ilpiccolo.it
www.cividale.com
www.parodos.it

BIBLIOGRAFIA:
Il Friuli, Trieste e l’Istria: Grande atlante storico (Grande Atlante Storico- Cronologico Comparato) G.G.Corbanese , Del Bianco Editore. Fascicolo 11 e 12, I longobardi- I°, I Longobardi II° e I Franchi I°.

INDICE
I LONGOBARDI IN FRIULI VENEZIA GIULIA.…………………………………………………pag.2
Le condizioni di vita dei Latini durante la dominazione longobarda…….……..pag.4
L’ordinamento longobardo e le classi sociali……………………………………….………pag.5
ARTE LONGOBARDA………………………………………………………………………………..…..pag.6
L’altare di Ratchis……………………………………………………………………………….…….….pag.6
Tempietto Longobardo………………………………………………………………………….….....pag.7
PAOLO DIACONO………………………………………………………………………………..…...…..pag.8
Errori nell’historia langobardorum………………………………………………….……….…..pag.9
Scavi archeologici…………………………………………………………………………….………..…pag.9